I giorni successivi trascorsero in un vortice di preparativi intensi ma carichi di una nuova speranza. Grazie all'interessamento di mia sorella Clara e alla collaborazione dei medici dell'ospedale di Trieste, tutto fu organizzato per il delicato trasferimento di Marta in una delle cliniche specializzate più avanzate di Zurigo, dove avrebbe ricevuto le cure all'avanguardia necessarie per affrontare la sua malattia con concrete possibilità di guarigione. Il giorno della partenza, l'ambulanza medicalizzata attendeva nel cortile dell'ospedale sotto un cielo terso e limpido, spazzato finalmente da quel vento di Bora che aveva ripulito l'aria della città costiera. Marta era stata sistemata con cura sulla barella reclinabile; indossava una tuta comoda e calda, e sul suo viso si intravedeva persino un leggero colore sulle guance, segno che le cure dei giorni precedenti avevano iniziato a dare i loro frutti. Prima che i paramedici chiudessero le porte del mezzo, Marta mi guardò e mi tese una mano. Mi avvicinai subito, stringendola forte tra le mie. "Papà, verrai anche tu a Zurigo con me, vero?" chiese con un velo di timore nella voce, come se temesse che potessi lasciarla sola di nuovo. Sorrisi dolcemente, accarezzandole i capelli castani. "Ma certo, amore mio," risposi senza esitazione. "Ho già preparato la valigia. Non ti lascerò sola nemmeno per un secondo, te l'ho promesso." I suoi occhi si illuminarono di una luce calda e familiare, quella stessa luce che avevo visto spegnersi e che ora tornava a risplendere con forza. Chiusi dolcemente la portiera dell'ambulanza, guardando il mezzo partire lentamente verso l'autostrada che l'avrebbe condotta oltre le montagne, verso una nuova vita e una nuova speranza.

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