IL BRACCIALETTO OSPEDALIERO NELLA VECCHIA STANZA
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IL BRACCIALETTO OSPEDALIERO NELLA VECCHIA STANZA

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Chiusi la chiamata con mia sorella Clara e risalii in fretta le scale della cantina, lasciando alle spalle i vecchi scatoloni e i segreti sepolti per anni. La casa mi sembrava improvvisamente immensa, fredda e spettrale, ma dentro di me non c'era più spazio per la paura o la rassegnazione. C'era solo una missione urgente: ritrovare mia figlia prima che fosse troppo tardi. Rientrai nella sua vecchia stanza da letto, quella stessa stanza illuminata dalla pallida luce del sole di Trieste dove poche ore prima avevo trovato quel piccolo braccialetto di plastica biancastra. Ora quell'oggetto non rappresentava più un mistero angosciante, ma una traccia concreta, un indizio da seguire. Mi avvicinai alla scrivania di legno chiaro su cui Marta studiava da ragazza. I cassetti erano chiusi, ma non a chiave. Li aprii uno alla volta con delicatezza. Nei primi due trovai vecchi quaderni di appunti scolastici, penne consumate e qualche disegno infantile che mi fece stringere il cuore. Nel terzo cassetto, nascosto sotto una pila di vecchie riviste di design, c'era un piccolo diario dalla copertina di pelle blu scuro. Lo presi tra le mani. Era il suo diario segreto, o forse qualcosa di più recente, scritto durante i mesi più bui della malattia. Lo sfogliai con dita tremanti, leggendo brevi frasi scarabocchiate con una grafia sempre più debole e incerta. «Papà non deve sapere nulla. Non voglio che veda un'altra persona amata spegnersi giorno dopo giorno tra queste mura. Sono tornata a Trieste perché qui sento ancora il profumo della mamma, il profumo della mia vera casa prima che tutto si rompesse. Se devo andarmene, voglio farlo dove tutto è iniziato.» Le lacrime rigavano ormai copiosamente le mie guance rugose, bagnando la carta ruvida del diario. Ma tra quelle righe disperate trovai anche un piccolo dettaglio pratico che mi diede una speranza insperata: una ricevuta di parcheggio datata due giorni prima, rilasciata da un'autorimessa vicino al molo vecchio della città, e il biglietto da visita di un vecchio amico d'infanzia di Marta, Marco, che lavorava come medico nello stesso ospedale in cui era stata ricoverata. Marco! Come avevo fatto a non pensarci prima? Lui era sempre stato come un fratello per lei, e probabilmente sapeva molto più di chiunque altro sui suoi spostamenti segreti a Trieste.