IL VETRO DELL'INGANNO
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IL VETRO DELL'INGANNO

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Salii a bordo dell'ascensore montacarichi con le mani serrate intorno alle carte riposte sotto il camice verde. I battiti del mio cuore risuonavano assordanti nell'ambiente stretto ed illuminato a giorno dalle lampade a fluorescenza. Ogni scatto metallico dei cavi dell'ascensore mi pareva un conto alla rovescia verso l'inevitabile scontro finale.

Raggiunto il terzo piano, le porte scorrevoli si aprirono con un sibilare leggero sul corridoio deserto della terapia intensiva. L'odore penetrante di disinfettante e l'atmosfera sterile mi riempirono i polmoni. Avanzai a passi rapidi ma silenziosi, cercando di dissimulare la mia zoppia per non catturare l'attenzione di eventuali infermieri di guardia presso il banco centrale.

Fortunatamente, l'atrio era momentaneamente vuoto grazie al cambio di turno imminente. La sedia posta davanti alla stanza 412, dove prima stazionava la guardia privata ingaggiata da Tommaso, era effettivamente vuota.

Spinsi delicatamente la porta della stanza 412 e mi scivolai all'interno, richiudendola alle mie spalle senza produrre alcun rumore.

L'ambiente era immerso in una penombra fioca, illuminata soltanto dai monitor digitali che tracciavano con linee verdi e ritmiche l'attività cardiaca e respiratoria di mio padre. Beep... Beep... Beep... Il ritmo era visibilmente più lento e debole rispetto alla sera precedente.

Mi avvicinai al letto ad alta tecnologia. La vista di mio padre Edoardo mi spezzò il cuore: l'uomo imponente e forte che ricordavo era ridotto ad un corpo magro ed emaciato, ricoperto di tubi e sensori, con il volto pallido come la cera e le labbra leggermente cianotiche.

"Papà..." mormorai con la voce soffocata dalle lacrime, piegandomi verso il suo viso ed afferrando la sua mano fredda ed inerte.

Al contatto con la mia pelle, le sue palpebre ebbero un leggero fremito. Lentamente, con un sforzo immenso che gli costò un lungo sospiro affannato, aprì gli occhi stanchi e privi di lucentezza. Il suo sguardo vagò per un istante nel vuoto prima di posarsi su di me e mettere a fuoco la mia figura.

"E... Elena?" sussurrò con una voce appena percettibile, un filo di fiato che pareva spezzarsi ad ogni sillaba.

"Sono qui, papà. Sono io," dissi stringendo la sua mano tra le mie e portandola alla mia guancia bagnata dalle lacrime. "Sono tornata. Non ti ho mai abbandonato."

I suoi occhi si riempirono di lacrime chiare che scivolarono lungo le rughe profonde del suo volto. "Scusami... scusami, figlia mia..." rantolò mio padre, cercando di fare un movimento con le dita per stringere la mia mano. "Tommaso... mi ha detto che... che non volevi più vedermi... che avevi venduto la tua quota..."

"Non era vero, papà! Ti ha mentito su tutto!" lo interruppi dolcemente ma con fermezza. "Tommaso ti ha isolato da me per prendere il controllo di tutto. E ti sta facendo del male... ti sta somministrando qualcosa per farti stare male."

Mio padre sgranò leggermente gli occhi, manifestando una presa di coscienza drammatica ed improvvisa. "La... la medicina... ogni sera... me la dava lui..."

"Ora ci penso io, papà. Non permetterò a nessuno di farti del male," gli promisi baciandogli la fronte calda. Estrassi il telefono e scattai una fotografia nitida alle fiale di sedativo riposte sul carrello medico accanto al letto, dove si notava chiaramente un flacone privo di etichetta ministeriale regolare.

In quel momento, la porta della stanza 412 si spalancò d'impatto con un colpo violento, infrangendo il silenzio del reparto.

Mi girai di scatto. Sulla soglia della stanza si stagliava la figura di Tommaso, con il braccio destro fasciato e tenuto al collo da una benda improvvisata, il volto segnato da graffi e una rabbia cieca negli occhi rossi per la mancanza di sonno. Accanto a lui c'era la guardia giurata privata e un uomo alto in abito scuro che riconobbi subito come uno dei sicari dell'organizzazione con cui mio fratello si era indebitato.

"Sapevo che saresti venuta qui, stupida zoccola!" ringhiò Tommaso compiendo un passo minaccioso verso di me. "È finita, Elena. Da qui non uscirai viva."