IL VETRO DELL'INGANNO
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IL VETRO DELL'INGANNO

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Rimasi bloccata all'interno dell'abitacolo per diversi minuti, con le mani ancora saldamente piantate sul volante ed il corpo scosso da tremiti inarrestabili. L'odore di gomma bruciata e fumo d'olio invadeva l'aria attraverso le bocchette di ventilazione. Nel silenzio surreale della notte, rotto unicamente dal picchiettare uniforme della pioggia sulla lamiera dell'auto, scesi lentamente dal veicolo per controllare la situazione alle mie spalle.

A circa duecento metri di distanza, la sagoma scura del fuoristrada di Tommaso giaceva incastrata contro la parete rocciosa della collina. I fari anteriori dell'autovettura erano completamente distrutti e dal cofano piegato a fisarmonica saliva un denso fumo grigio. Vidi la portiera del lato guida aprirsi con estrema fatica e la figura di mio fratello emergere barcollando dall'abitacolo, imprecando ad alta voce e tenendosi un braccio ferito. Era vivo, ma temporaneamente fuori uso.

Senza perdere un solo secondo, risalii sulla mia auto e ripartii a tutta velocità verso la città. Non potevo permettermi il lusso di essere rintracciata dagli uomini che Tommaso aveva ingaggiato, né potevo rischiare di finire intercettata prima di aver visionato il contenuto dei documenti legali e della pendrive che avevo recuperato dalla cassaforte della tenuta.

Diressi la vettura verso un piccolo motel di periferia situato nei pressi della zona portuale di Genova, un luogo squallido e poco frequentato dove sapevo che nessuno avrebbe cercato una donna della mia estrazione sociale. Pagai la camera in contanti alla reception, fornendo un nome falso all'anziano gestore disattento che non si curò nemmeno di verificare il mio documento d'identità.

Una volta chiusa la porta della stanza 108 alle mie spalle, bloccai la serratura con la catena di sicurezza e tirai le pesanti tende scure alle finestre. Mi accasciai sul letto con un profondo sospiro di sollievo, avvertendo la fatica e il dolore acuto all'anca opprimermi come un macigno imprevedibile.

Estrassi dalla tasca della giacca la mazzetta di fogli rilegati dal nastro rosso e il piccolo diario in pelle di mio padre. Accesi la lampada da tavolo ed esaminai attentamente le carte. Si trattava di perizie contabili dettagliate riguardanti la gestione dell'azienda vinicola di famiglia nel corso degli ultimi tre anni. Scorrendo le cifre e i grafici, la verità emerse in tutta la sua drammatica chiarezza: Tommaso aveva accumulato enormi debiti di gioco con organizzazioni criminali locali e, per ripianarli, aveva gradualmente prosciugato le casse societarie attraverso fatture false e società fantoccio registrate all'estero.

Mio padre se ne era accorto poco prima di essere colpito dal presunto malore improvviso. Il diario personale di Edoardo Visser conteneva annotazioni angosciose scritte di sua pugno negli ultimi mesi di vita:

"12 Settembre - Tommaso pensa che io non sappia dei prelievi illegali dal conto della tenuta. Oramai non riconosco più mio figlio. La sua avidità lo sta divorando vivo. Ho paura di quello che potrebbe fare se scoprisse che intendo modificare il testamento per lasciare tutto il patrimonio sotto la tutela esclusiva di mia figlia Elena..."

"28 Settembre - Ho ricevuto strani avvertimenti da parte di uomini sconosciuti che si sono presentati alla tenuta. Pretendono il pagamento di somme astronomiche che mio figlio avrebbe promesso loro. Se mi dovesse accadere qualcosa, ho depositato una copia completa del mio nuovo testamento olografo e le prove delle frodi di Tommaso all'interno della chiavetta USB..."

Trattenni le lacrime leggevo quelle righe dolorose. Mio padre non mi aveva mai odiata o dimenticata; al contrario, aveva cercato di proteggermi mantenendomi a distanza da quel covo di vipere e pericoli che si era creato intorno alla sua persona.

Estrassi il mio computer portatile dalla borsa e vi inserii la pennetta USB d'acciaio. Sullo schermo comparvero diverse cartelle contenenti file audio registrati di nascosto da mio padre durante le sue conversazioni con Tommaso e l'avvocato Serra, oltre a scansioni ad alta risoluzione del vero testamento olografo firmato e datato regolarmente.

Tuttavia, tra i file della chiavetta, notai una cartella protetta da una password speciale denominata "Ospedale_San_Martino". La aprii con curiosità e timore. All'interno si trovavano i referti medici ufficiali del ricovero di papà, insieme ad un'analisi tossicologica privata effettuata da un laboratorio indipendente pochi giorni prima del suo arresto cardiaco.

Sbalordita, leggevo i risultati dell'esame del sangue: nel corpo di mio padre erano state riscontrate tracce massicce di un potente farmaco cardiotossico, somministrato in dosi graduali nel corso delle ultime settimane per simularne un decadimento naturale delle funzioni vitali.

Mio padre non stava esaurendo la sua vita per una malattia naturale: qualcuno lo stava avvelenando lentamente giorno dopo giorno.