IL VETRO DELL'INGANNO
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IL VETRO DELL'INGANNO

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Le parole dell'avvocato Serra mi gelarono il sangue nelle vene. Non si trattava più soltanto di un'eredità o di un'azienda vinicola: Tommaso era pronto a spingersi fino all'omicidio pur di coprire i suoi crimini e garantirsi il controllo del patrimonio di famiglia.

Serra si girò rapidamente verso le scaffalature della libreria, continuando a muovere faldoni e carte con rumore cospicuo per coprire eventuali suoni che potessi fare. Con le mani che mi tremavano in modo incontrollabile, allungai un braccio da dietro il divano e afferrai la chiave d'ottone che l'anziano avvocato aveva lasciato cadere. Il metallo era freddo contro la pelle del mio palmo, ma quel piccolo oggetto rappresentava l'unica speranza di salvezza per me e per la memoria di mio padre.

Strisciai indietro lungo il perimetro della biblioteca, sfruttando l'ombra proiettata dai grandi mobili in legno, finché non raggiunsi nuovamente la parete dove si trovava il camino del Seicento. Il cuore mi martellava nel petto con una violenza tale da farmi quasi mancare il respiro. Sapevo che ogni secondo perso poteva essere l'ultimo.

Mi abbassai di nuovo davanti alla cavità segreta nel basamento di pietra. Inserii la chiave d'ottone nella toppa meccanica: girò con un leggero e fluido clic. Rimaneva da digitare il codice sul tastierino numerico. La data della morte di tua madre.

Chiusi gli occhi per un istante, richiamando alla memoria quel giorno maledetto di dodici anni prima. Il 14 ottobre 2012. Digitai con dita tremanti le cifre sul tastierino: 1-4-1-0-1-2.

Un segnale acustico quasi impercettibile confermò la correttezza della sequenza e il piccolo portello d'acciaio della cassaforte si aprì lentamente verso l'esterno.

All'interno della nicchia buia si trovava una spessa mazzetta di documenti legali legati con un nastro rosso, una pennetta USB in metallo e un vecchio diario con la copertina in pelle consumata scritto di pugno da mio padre. Afferrai tutto il contenuto con avidità, infilando i documenti e la pendrive all'interno della tasca interna della mia giacca impermeabile.

In quel preciso istante, un tonfo sordo risuonò al piano superiore, seguito da un urlo di rabbia di Tommaso.

"Serra! Ho trovato il registro delle chiamate sul fisso di papà!" ruggì Tommaso mentre scendeva le scale a passi precipitosi. "L'infermiera del San Martino l'ha chiamata due ore fa! È stata qui, ne sono sicuro!"

"Tommaso, ti prego, calmati, riflettiamo su quello che stiamo facendo!" urlò di rimando l'avvocato Serra, cercando di sbarrargli la strada all'ingresso della biblioteca.

Sapevo di non avere più tempo. Senza curarmi di far rumore, scattai in piedi ignorando la fitta lancinante che mi trapassò l'anca e la coscia, e mi lanciai verso la porta finestrata che dava sul porticato posteriore.

"È qui!" gridò la voce di Tommaso.

Sentii il rumore di una sedia rovesciata e il vetro della porta finestrata che sbatteva violentemente contro la parete mentre mi gettavo nella notte buia e piovosa. Corsi a perdifiato attraverso il giardino buio, con la pioggia battente che mi bagnava il viso e la nebbia fitta che sfuocava i contorni degli alberi e dei cespugli.

"Elena! Fermati!" urlò la voce di mio fratello alle mie spalle, accompagnata dal suono frenetico dei suoi passi che calpestavano la ghiaia del viale.

Non guardai mai indietro. Raggiunsi il varco nella siepe di alloro, vi scivolai attraverso graffiandomi le mani sui rami spinosi e mi gettai verso la mia auto parcheggiata nella piazzola sterrata. Salii a bordo, inserii la chiave nel quadro e accesi il motore proprio mentre vedevo i fari di un secondo veicolo — un grosso fuoristrada nero — spuntare lungo la strada collinare, bloccando parzialmente la via di fuga verso valle.

Girai il volante a fondo e premetti l'acceleratore, facendo sbandare l'auto sul fango prima di riprendere aderenza sull'asfalto bagnato. Schivai per un soffio il fuoristrada nero, le cui ruote stridettero violentemente nel tentativo di tagliarmi la strada.

Aumentai la velocità lungo le curve pericolose e prive di illuminazione della collina, guardando continuamente nello specchietto retrovisore. I due fari abbaglianti del fuoristrada di Tommaso si erano incollati al mio paraurti posteriore, illuminando l'abitacolo con una luce spietata e accecante. Mio fratello voleva mandarmi fuori strada.

Guidai al limite delle mie possibilità, con la vista appannata dalle lacrime di dolore e dalla pioggia che infrangeva i spazzatrici del parabrezza. Sapevo che l'unica mia salvezza era raggiungere la caserma centrale dei Carabinieri in città, ma la strada collinare era stretta e Tommaso continuava a speronarmi da tergo ad ogni rettilineo.

Improvvisamente, dopo un'ampia curva a gomito, notai davanti a me un cantiere stradale per una frana, segnalato da transenne rosse e un semaforo temporaneo rosso. La strada si restringeva ad una sola corsia a ridosso di un dirupo scosceso.

Non avevo scelta. Se mi fossi fermata, Tommaso mi avrebbe uccisa.

Senza rallentare, strappai il volante verso sinistra, travolgendo le transenne di plastica del cantiere e lanciando la macchina lungo il tratto sterrato ed esposto al vuoto. Sotto di me si apriva il buio della scarpata. Il fuoristrada di Tommaso tentò di seguirmi, ma la sua stazza eccessiva e la velocità troppo elevata gli fecero perdere aderenza sul fango fresco.

Sentii un boato assordante, seguito dal rumore metallico di lamiere che si accartocciavano tragicamente contro gli alberi mentre il fuoristrada di mio fratello sbandava violentemente, finendo la sua corsa contro la roccia sul lato opposto della carreggiata.

Frenai bruscamente diverse centinaia di metri più avanti, con il cuore che minacciava di esplodermi nel petto e il motore dell'auto che tossiva fumo bianco.