La scoperta del referto tossicologico mi fece tremare fino al midollo. Non si trattava soltanto di un tentativo spietato di appropriarsi dell'eredità di famiglia: mio fratello stava assassinando nostro padre a piccoli passi, somministrandogli un veleno invisibile per accelerarne la morte prima che potesse formalizzare i cambiamenti al testamento!
Guardai l'orologio sul comodino della stanza del motel: erano le tre e mezza del mattino. Il tempo a disposizione si stava esaurendo inesorabilmente. Se Tommaso avesse ottenuto il trasferimento del paziente nella clinica privata fuori regione alle prime luci dell'alba, come aveva rivelato l'infermiera, mio padre non sarebbe mai arrivato vivo a destinazione. Un secondo arresto cardiaco provvisorio durante il trasporto avrebbe chiuso la partita per sempre, senza lasciare tracce evidenti su cui investigare.
Dovevo agire immediatamente, ma non potevo presentarmi di nuovo all'Ospedale San Martino attraverso l'ingresso principale senza rischiare di essere bloccata dalle guardie giurate o dagli uomini di Tommaso. Dovevo trovare un modo per penetrare all'interno del reparto di terapia intensiva e consegnare direttamente le prove tossicologiche al primario di guardia o alla polizia.
Presi il telefono e digitai il numero nascosto da cui mi aveva contattato l'infermiera Elena poche ore prima. La linea squillò per ben quattro volte prima che una voce assonnata e spaventata rispondesse dall'altro capo:
"Pronto... chi è?"
"Elena, sono io, Elena Visser," dissi a bassa voce ma con tono perentorio. "Ho trovato le prove. Mio fratello sta avvelenando mio padre con un farmaco cardiotossico. Ho i referti del laboratorio indipendente."
Dall'altro capo della linea si sentì un sospiro soffocato. "Dio mio... allora i miei sospetti erano fondati," mormorò l'infermiera con voce tremante. "Negli ultimi tre giorni, Tommaso pretendeva di somministrare personalmente le gocce per la sedazione serale a suo padre, sostenendo che solo lui riuscisse a calmarlo. Nessuno di noi ci ha fatto caso perché era il figlio..."
"Devi aiutarmi ad entrare nel reparto prima che arrivi l'ambulanza per il trasferimento," la implorai. "È l'unico modo per salvare la vita di mio padre e fermare questa follia."
L'infermiera rimase in silenzio per diversi secondi, chiaramente combattuta tra il terrore di perdere il lavoro e il senso del dovere professionale ed umano.
"Ascoltami bene," disse infine con fermezza rinnovata. "Tra mezz'ora c'è il cambio turno del personale di servizio al piano seminterrato, dove arrivano le forniture mediche e la biancheria sporca. Ti farò entrare dalla porta di servizio sul retro della lavanderia. Ma devi fare in fretta: la richiesta di trasferimento firmata dall'avvocato Serra è già stata protocollata per le sei del mattino."
"Sarò lì tra venti minuti. Grazie," risposi prima di riagganciare.
Stampai rapidamente i referti tossicologici dal mio laptop portatile e li riposposi all'interno della giacca insieme alla chiavetta USB. Lasciai la stanza del motel guidando con estrema cautela nell'oscurità che precedeva l'alba. Le strade della città erano completamente deserte, spazzate da un vento gelido che spingeva le foglie secche e i detriti contro il parabrezza.
Parcheggiai l'auto a due blocchi di distanza dall'Ospedale San Martino, nascondendola tra i veicoli di un parcheggio pubblico sotterraneo per non destare sospetti. Percorsi a piedi il tragitto fino all'ingresso di servizio del seminterrato, muovendomi nell'ombra delle pareti perimetriche dell'edificio. La gamba operata mi faceva male a ad ogni passo, ma la spinta emotiva spazzava via ogni dolore fisico.
Raggiunsi la porta metallica della lavanderia situata in un rientro buio del cortile interno. Dopo pochi secondi di attesa angustiante, la porta si aprì di un paio di centimetri ed emerse la figura dell'infermiera Elena, vestita con la sua divisa azzurra.
"Sbrigati, entra!" mormorò l'infermiera facendomi cenno di scivolare all'interno del corridoio illuminato da luci al neon fredde.
Mi diede un camice verde da visitatore ed una mascherina chirurgica da indossare immediatamente. "Sali con l'ascensore montacarichi fino al terzo piano. La stanza 412 è presidiata da una guardia giurata privata ingaggiata da tuo fratello, ma in questo momento è andata a prendere il caffè al bar del piano terra. Hai meno di dieci minuti prima che ritorni al suo posto."
"Come sta mio padre?" chiesi con il cuore in gola mentre mi infilavo il camice verde.
L'infermiera mi guardò con uno sguardo velato di tristezza. "I suoi parametri vitali stanno lentamente crollando. Se le dosi di tossina non vengono neutralizzate con un antidoto specifico entro poche ore... non supererà la mattinata."






