Trattenni il respiro, spegnendo all'istante la torcia elettrica. La biblioteca venne inghiottita da un'oscurità densa e soffocante, rotta soltanto dai fasci di luce dei fari dell'auto che filtravano attraverso le tende scure del salone adiacente. Rimasi pietrificata in ginocchio accanto al camino di pietra, con le dita ancora appoggiate sul bordo freddo dello scomparto segreto.
Sentii il rumore portiere che si chiudevano con violenza nel piazzale esterno, seguito da passi veloci che salivano i gradini del porticato principale. Poi, il suono inconfondibile di una chiave girata con foga nella serratura dell'ingresso principale.
"Cerca in biblioteca! Io controllo lo studio al piano di sopra!" gridò la voce sgradevole e concitata di Tommaso dall'ingresso.
"Sei sicuro che sia venuta fin qui?" rispose una seconda voce, che riconobbi subito con un tuffo al cuore: era quella dell'avvocato Serra, ansimante e terrorizzato. "Se chiama la polizia siamo finiti, Tommaso!"
"Non chiamerà nessuno, non ha prove!" replicò Tommaso con spietata freddezza. "Ha solo sentito qualche parola spezzata. Ma dobbiamo trovare quella chiave e quei documenti prima che riesca a parlare con qualcun altro. Cerca dappertutto!"
I passi di Tommaso si allontanarono rapidamente verso la scalinata principale che portava ai piani superiori, mentre i passi più lenti e incerti dell'avvocato si dirigevano proprio verso la biblioteca dove mi trovavo io.
Il panico mi strinse la gola come una morsa di ferro. Non potevo uscire dalla stanza senza farmi vedere: l'unica via di fuga era la porta finestrata da cui ero entrata, ma per raggiungerla avrei dovuto attraversare la zona illuminata dalla luce della luna. Scivolai indietro con la massima cautela, trascinandomi sul pavimento di parquet fino ad infilarmi nello spazio stretto tra il retro del grande divano in pelle e le alte scaffalature di libri d'epoca.
Un secondo dopo, la porta della biblioteca si spalancò e la luce del lampadario centrale venne accesa, inondando la stanza di un bagliore accecante. Sbirciai attraverso la fessura tra i cuscini del divano. L'avvocato Serra entrò nella stanza con le mani tremanti e il volto pallido come un cencio. Teneva in mano una borsa di pelle nera e guardava intorno a sé con evidente disperazione.
Serra si avvicinò direttamente al grande scrittoio di noce, cominciando ad aprire e perquisire freneticamente tutti i cassetti, rovesciando carte, penne e documenti sul piano di legno.
"Dove l'hai nascosta, Edoardo... dove l'hai messa?" mormorava l'anziano avvocato tra sé e sé, con la voce rotta dall'ansia.
Mentre guardavo la scena, la mia attenzione venne catturata da un dettaglio che mi era sfuggito fino a quel momento. Sul collo di Serra, proprio sopra il colletto della camicia sbottonata, c'era un livido scuro e profondo, sagomato come un'impronta di dita. Non era un complice volontario; Tommaso lo stava costringendo con la violenza fisica e con la minaccia di distruggere la sua carriera e la sua vita.
Improvvisamente, Serra urtò con il gomito un pesante fermacarte di cristallo posto sull'angolo della scrivania. L'oggetto cadde sul tappeto persiano con un tuffo sordo, rotolando verso la base della libreria dove mi trovavo nascosta.
L'avvocato imprecò a bassa voce e si piegò sulle ginocchia per raccoglierlo. Il suo sguardo scorse lungo il bordo inferiore della libreria e poi si fermò. I suoi occhi incrociarono i miei attraverso la fessura del divano.
Trattenni il fiato, fermandomi completamente. L'aria sembrò congelarsi nei polmoni.
Serra sgranò gli occhi, paralizzato dal terrore e dalla sorpresa. Boccheggiò per un secondo, aprendo la bocca senza che ne uscisse alcun suono. La sua mano rimase sospesa a pochi centimetri dal fermacarte di cristallo.
Per tre lunghi secondi ci fissammo in un silenzio di tomba. Potevo sentire il ticchettio dell'orologio da parete che suonava come una bomba ad orologeria. Portai lentamente un dito alle labbra, implorandolo con lo sguardo di non parlare.
Dall'alto della casa giunse l'urlo sguaiato di Tommaso: "Serra! Hai trovato qualcosa lì sotto?"
L'avvocato sussultò visibilmente, distogliendo lo sguardo da me e deglutendo a fatica. La sua mela d'Adamo salì e scese nervosamente. Guardò verso la porta della biblioteca e poi di nuovo verso di me.
"No... niente!" gridò Serra con la voce che gli tremava leggermente, cercando di dissimulare il panico. "Qui ci sono solo vecchie fatture d'acquisto ed estratte conto societari di dieci anni fa!"
"Continua a cercare!" gli ordinò Tommaso dal piano superiore, i cui passi pesanti ricominciarono a rimbombare sul soffitto di legno.
Serra si rialzò a fatica, appoggiandosi alla scrivania. Poi, facendosi scudo con il proprio corpo per non essere visto dal corridoio, sporse una mano verso il divano e lasciò cadere qualcosa sul tappeto, proprio vicino al mio piede.
Un piccolo oggetto metallico brillò leggermente nella luce della stanza: era una chiave in lega d'ottone con un piccolo ciondolo d'argento a forma di grappolo d'uva. La chiave di mio padre.
"Vattene da qui, Elena..." sussurrò Serra appena udibile, senza voltarsi verso di me. "Il codice della cassaforte è la data della morte di tua madre. Prendi i documenti ed esci dalla città stasera stessa. Tommaso ha ingaggiato degli uomini per... per non farti uscire viva da Genova."






