IL VETRO DELL'INGANNO
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IL VETRO DELL'INGANNO

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Scesi i gradini di marmo due a due, ignorando completamente le fitte lancinanti che mi trafiggevano la coscia e la schiena ad ogni impatto. Il terrore pura mi dava una forza sovrumana. Sentivo l'eco dei passi pesanti di Tommaso rimbombare lungo la tromba delle scale, accompagnata dalle sue imprecazioni che risuonavano tra le pareti affrescate del palazzo.

"Elena! Fermati! So che sei tu!" urlò mio fratello dall'alto, la voce distorta dalla rabbia e dall'eco.

Non mi voltai neppure. Raggiunsi il portone d'ingresso, lo spinsi con tutto il peso del corpo e mi slanciai nella strada buia e inondata di pioggia. Il freddo della notte mi colpì il viso come una sferzata, ma non rallentai. Corsi verso la mia auto, tirai fuori le chiavi con le mani tremanti e sbloccai le portiere proprio mentre vedevo l'ombra imponente di Tommaso varcare la soglia del palazzo.

Salii a bordo, chiusi la sicura e accesi il motore all'istante. Feci slittare le gomme sull'asfalto bagnato, partendo a tutta velocità proprio nel momento in cui Tommaso raggiungeva il marciapiede, sbracciandosi e urlandomi contro ingiurie che vennero coperte dal rombo del motore e dal rumore della pioggia.

Guardai nello specchietto retrovisore finché la sua figura non svanì nell'oscurità. Il mio respiro era breve e affannoso, le mani sul volante tremavano così tanto che facevo fatica a tenere la vettura in carreggiata. Avevo scoperto la verità, ma la situazione era molto più pericolosa di quanto avessi mai potuto immaginare. Tommaso non si sarebbe fermato davanti a nulla pur di ottenere il controllo totale della proprietà, ed era disposto a distruggere chiunque si mettesse sulla sua strada.

Le parole dell'avvocato Serra continuavano a rimbombarmi nella testa: Edoardo ha nascosto lì dentro i documenti originali della proprietà vinicola prima del collasso. La cassaforte della tenuta. Se volevo salvare la memoria di mio padre e impedire che Tommaso portasse a termine il suo piano diabolico, dovevo recuperare quei documenti prima di lui.

Diressi l'auto verso le colline che sovrastavano la città, dove si estendeva la tenuta vinicola di famiglia, Villa Visser. La strada si inerpicava tra boschi fitti e vecchi muri a secco, ricoperta da una nebbia fitta che rendeva la visibilità quasi azzerata. Ogni curva mi riportava indietro nel tempo, a quando percorrevo quella stessa via da bambina, seduta sul sedile posteriore della macchina di papà mentre lui mi raccontava le storie sui vigneti e sulle generazioni della nostra famiglia che avevano coltivato quella terra.

Arrivai davanti al grande cancello in ferro battuto dell'ingresso principale dopo circa quaranta minuti di guida stremante. Il cancello era chiuso con una grossa catena e un lucchetto, ma sapevo che c'era un secondo ingresso di servizio, nascosto dietro una fitta siepe di alloro lungo il perimetro ovest della proprietà.

Parcheggiai l'auto in una piazzola sterrata al riparo dagli alberi, nascondendola alla vista di eventuali passanti. Presi la torcia dal cassetto del cruscotto e scesi dalla macchina. L'aria della collina era ancora più fredda ed umida rispetto a quella della città, e il profumo di terra bagnata ed erba bagnata mi avvolse immediatamente.

Avanzai a fatica lungo il sentiero fangoso, zoppicando visibilmente. La gamba operata iniziava a dare segni di cedimento, ma la determinazione mi spingeva ad andare avanti. Raggiunsi il varco nella siepe e trovai il cancelletto di legno che ricordavo. Era accostato. Lo spinsi con cautela, facendolo scorrere senza produrre alcun rumore, ed entrai nel parco della tenuta.

La villa si stagliava contro il cielo notturno come un gigante addormentato. Le sue ampie finestre erano completamente buie, silenziose e spettrali. Mi avvicinai al porticato posteriore, dove si trovava l'ingresso della vecchia biblioteca di papà, il suo luogo preferito in tutta la casa e il posto in cui teneva i suoi documenti più riservati.

Estrassi dalla tasca della giacca un vecchio mazzo di chiavi che avevo conservato con cura nel corso degli anni. Inserii la chiave d'ottone nella serratura della porta finestrata. Girai lentamente: il meccanismo scattò con un leggero clic. La porta si aprì verso l'interno.

Scivolai dentro la stanza, richiudendo la porta alle mie spalle. L'odore acre di libri antichi, legno stagionato e tabacco da pipa mi investì istantaneamente, provocandomi un nodo alla gola. Quello era il profumo di mio padre.

Puntai il fascio di luce della torcia verso il grande scrittoio in noce scuro al centro della stanza. La cassaforte di cui parlava l'avvocato non era quella a muro nascosta dietro il quadro di famiglia — quella la conoscevano tutti, compreso Tommaso. Mio padre mi aveva mostrato una volta, quando ero poco più che una ragazzina, l'esistenza di un secondo scomparto segreto, intagliato all'interno del basamento in pietra del camino del Seicento che domina il salone adiacente.

Mi diressi a passi rapidi verso la parete del camino, con il cuore che batteva a mille. Mi piegai sulle ginocchia, ignorando il dolore acuto alla gamba, ed esaminai la base di pietra serena. Cercai il blocco di pietra leggermente smussato nell'angolo sinistro. Lo spinsi con forza verso l'interno.

Con un raschio sordo, una porzione della struttura in pietra scivolò lateralmente, rivelando una piccola cavità metallica dotata di un tastierino numerico e di una toppa per chiave meccanica.

Avevo bisogno della chiave e del codice. Ma dove poteva averli nascosti papà?

In quel momento, sentii il rumore improvviso di dei fari d'auto che illuminavano la facciata della villa attraverso le alte finestre del salone. Motori ruggenti si arrestarono nel piazzale antistante.

Qualcuno era appena arrivato alla tenuta.