Il vento freddo del porto sferzava la banchina deserta, portando con sé l'odore acre della salsedine e del carburante esausto delle navi cargo. Le gru giganti si stagliavano come scheletri metallici contro un cielo notturno privo di stelle, mentre i riflessi delle luci gialle dei lampioni danzavano pigri sull'acqua scura e profonda del bacino. Erano quasi le dieci in punto.
Camminavo lentamente lungo il molo vecchio, con le mani affondate nelle tasche del cappotto e gli stivali che risuonavano ritmicamente sul selciato umido. Mi guardavo costantemente alle spalle, scrutando tra i container arrugginati e i capannoni industriali abbandonati alla ricerca di qualsiasi movimento sospetto. Nessuna anima viva, solo il rumore sordo delle onde che si infrangevano contro i piloni di cemento armato.
Arrivata all'altezza del vecchio gruone dismesso, mi fermai, attendendo l'arrivo del geometra Valli. Il tempo sembrava essersi fermato. Cinque minuti passarono in un'ansia crescente, poi dieci. Il silenzio era rotto soltanto dal grido lontano di un gabbiano notturno.
Improvvisamente, un fascio di luce accecante mi investì in pieno volto, proveniente dai fari di un'automobile fuoristrada che era sbucata senza fari accesi da dietro un deposito di merci. Istintivamente portai le mani a protezione degli occhi, accecata da quella violenza luminosa, mentre il rombo rauco del motore a pieno regime rompeva la quiete della notte.
L'auto frenò bruscamente a pochi metri da me, sollevando una nube di polvere e ghiaia. Dalla portiera del lato guida scese una figura incappucciata, alta e robusta, che avanzò con passo rapido e minaccioso nella mia direzione. Non era Giorgio Valli.
«Hai la memoria troppo corta, Clara», sibilò una voce maschile roca, distorta da una sciarpa scura che copriva metà del viso. «Ti è stato dato un avvertimento quando sei stata cacciata dalla villa. Ora stai ficcanasando dove non dovresti. I segreti dei Rinaldi non devono uscire da quel perimetro, chiaro?»
Feci un passo indietro, sentendo il cuore martellare furiosamente nel petto, ma cercai di mantenere il controllo della voce. «Non ho paura di voi, e qualunque cosa stiate cercando di coprire, ormai è troppo tardi. La verità sta venendo a galla pezzo per pezzo.»
L'uomo fece un sorriso sprezzante, estraendo dalla tasca interna della giacca un oggetto metallico che rifletté sinistramente la luce del lampione. Prima che potessi realizzare il pericolo o tentare la fuga, mi afferrò per un braccio con una presa d'acciaio, tirandomi a sé e premendomi un oggetto freddo contro il fianco.
«Questa è l'ultima volta che te lo dico a parole», sussurrò l'aggressore all'orecchio con tono gelido. «La prossima volta non ci sarà nessun avvertimento. Lascia stare i conti, lascia stare la villa, e sparisci da questa città se ciieni alla tua vita.»
Con una spinta violenta, mi scagliò a terra sulla ghiaia tagliente, facendomi perdere l'equilibrio e procurandomi un taglio profondo al palmo della mano destra. Sentii il bruciore acuto della ferita, ma non emisi un solo lamento. L'auto sgommò via furiosamente, dissolvendosi nell'oscurità della zona portuale e lasciandomi sola con il sangue che colava sul selciato bagnato.
Rimasi inginocchiata per qualche secondo a fissare il rosso vivo che si mescolava al fango. Quella violenza gratuita non faceva che confermare i miei sospetti: non si trattava di una semplice disputa ereditaria. C'era qualcos'altro, un segreto indicibile legato agli affari di famiglia, e qualcuno era pronto a uccidere per proteggerlo.






