Il convoglio di due auto civetta della polizia sfrecciò lungo il viale alberato che conduceva alla magnifica villa dei Rinaldi, superando i cancelli in ferro battuto rimasti spalancati. Questa volta nessuno ci sbarrò la strada. Le ruote scricchiolavano sulla ghiaia del giardino mentre ci fermavamo esattamente nello stesso punto in cui, mesi prima, ero stata cacciata via con la valigia nel fango sotto la pioggia battente.
Scendemmo rapidamente dalle vetture. Gli agenti in borghese circondarono l'intero perimetro della struttura per impedire qualsiasi tentativo di fuga, mentre io, Bruno e l'avvocato Moretti ci dirigemmo a passo deciso verso il grande portone d'ingresso principale.
La porta era socchiusa. All'interno regnava un silenzio irreale, rotto soltanto dal ticchettio del vecchio orologio a pendolo nel salone. Varcammo la soglia. La scena che ci apparve davanti agli occhi era lo specchio fedele di una caduta rovinosa: scatole di cartone semipiene, quadri di valore staccati dalle pareti e documenti sparsi ovunque sul pavimento di marmo. Eleonora stava tentando di caricare in fretta e furia alcune valigie griffate su un carrello, con il volto sfigurato dalla disperazione e dai capelli scompigliati.
Nel vederci entrare, si bloccò di colpo, lasciando cadere una scatola di gioielli che tintinnò rumorosamente sul pavimento.
«Voi... voi non potete entrare qui! Questa è proprietà privata! Chiamerò i miei avvocati, vi farò rovina...», urlò Eleonora con voce isterica, indietreggiando fino a sbattere contro la parete della libreria.
«I suoi avvocati non possono più salvarla, signora Rinaldi», disse Moretti con voce ferma, mostrando il mandato ufficiale firmato dal giudice. «La partita è chiusa.»
Bruno Marini avanzò di un passo, stringendo le manette tra le mani con espressione severa. «Eleonora Rinaldi, in nome della legge, è in stato di arresto per frode, falsificazione di documenti e concorso nell'omicidio di Marco Rinaldi.»
La donna barcollò, perdendo ogni residuo di alterigia, e scivolò lentamente lungo il muro fino a sedersi sul pavimento freddo, coprendosi il viso con le mani mentre i primi singhiozzi disperati rompevano il silenzio della grande sala. L'impero di menzogne e cenere era finalmente crollato.






