Il mondo attorno a me sembrò fermarsi per la seconda volta in quella lunga giornata. La parola sepolta echeggiò nella stanza del notaio con la forza di una mazzata sul petto.
«Clara... sepolta?» ripetè Elena con voce spezzata, le mani che volavano alla bocca per soffocare un grido di terrore. «Ma mia madre è morta in Germania nel 2008! Ho la sua tomba a Monaco!»
Arthur scosse la testa con violenza, il viso sbiancato. «Non è possibile! Thomas mi ha sempre assicurato che Clara era riuscita a salire su quel treno per Monaco la notte dell'incendio! Io stesso l'ho accompagnata alla stazione con Thomas!»
Il notaio Valenti mantenne la linea con la Procura, ascoltando con attenzione le parole del procuratore prima di rivolgersi a noi.
«L'avvocato Sartori dice che Daniel sostiene di aver scoperto una nota segreta nel diario personale di suo padre Thomas, un documento che Thomas non ha mai mostrato a nessuno, neppure ad Arthur. Daniel dice che se Eleanor non va ad ascoltarlo subito in carcere a Verona, distruggerà quell'ultima pagina che ha nascosto prima di essere arrestato».
Guardai il sigillo di ceralacca rossa sulla cartella in pelle posata sulla scrivania del notaio. Lì dentro c'erano le prove legali per restituire il terreno ad Elena e spazzare via la società speculatrice. Ma c'era un mistero ancora più profondo e doloroso che riguardava la sorte finale di Clara Vani.
«Rompa il sigillo, Notaio,» dissi con fermezza, asciugandomi l'ennesima lacrima. «Prendiamo i documenti legali per la Procura. Poi torniamo immediatamente a Verona. Voglio guardare mio figlio negli occhi e sentire ogni singola parola che ha da dire».
Il notaio Valenti spezzò la ceralacca e distribuì le copie autenticate degli atti all'avvocato che ci scortava. Dieci minuti dopo eravamo di nuovo in auto, diretti a tutta velocità verso la casa circondariale di Verona sotto la protezione della Polizia di Stato.
Alle tre del pomeriggio varcai la soglia del carcere di Montorio a Verona. L'ambiente era freddo, sterile, impregnato di un odore acido di disinfettante e metallo. Dopo i controlli di sicurezza, fui accompagnata da una guardia penitenziaria all'interno di una piccola stanza per i colloqui riservati, divisa da un grande vetro divisorio rinforzato.
Daniel era seduto dall'altra parte. Indossava la stessa camicia della mattina, ma era spiegazzata e macchiata di sporco. I suoi capelli erano spettinati, le occhiaie scure gli scavavano il viso e le sue dita tremavano vistosamente posate sul bancone di legno.
Quando mi vide entrare, sollevò lo sguardo. Non c'era più l'arroganza o la freddezza della notte precedente. C'era solo un uomo distrutto, sconfitto dal peso delle sue stesse menzogne.
Mi sedetti di fronte a lui, senza raccogliere il ricevitore del citofono per qualche secondo, limitandomi a fissarlo.
Daniel prese la sua cornetta. Fui costretta a fare lo stesso.
«Mamma...» la sua voce gracchiava attraverso l'altoparlante della cornetta. «Sei venuta...»
«Sono qui, Daniel,» risposi con voce neutrale, priva di ogni affetto ma anche di rabbia. «Che cosa vuoi dirmi? E cosa c'entra Clara Vani?»
Daniel si coprì il volto con le mani per un istante, prima di raddrizzarsi e guardarmi negli occhi.
«Quando papà è morto nel 2018,» iniziò a raccontare con voce tremante, «ho perquisito la sua cassaforte segreta nello studio prima che tu arrivassi con il medico legale. Cercavo gli atti di proprietà del terreno per venderlo. Non ho trovato subito gli atti legali... ma ho trovato un quaderno con la copertina in tela blu che papà teneva nascosto sotto il doppio fondo».
Trattenni il respiro. Ricordavo quel quaderno blu. Thomas lo portava sempre con sé durante i suoi viaggi di lavoro negli anni Novanta, dicendomi che conteneva appunti di cantiere e misurazioni topografiche.
«Cosa c'era scritto in quel quaderno?» chiesi.
«La storia di ciò che accadde davvero la notte del 12 novembre 1996,» disse Daniel, le lacrime che cominciavano a scendere lungo le sue guance. «La verità è che la donna che è fuggita in Germania ed è morta a Monaco nel 2008 non era Clara Vani».
Sgranai gli occhi, incapace di comprendere. «Cosa dici?!»
«Clara Vani aveva una sorella gemella identica, Anna,» continuò Daniel con un filo di voce. «Anna viveva in Germania ed era venuta a Verona in segreto per aiutarla a gestire la proprietà. La notte dell'incendio, gli uomini di Edoardo Rinaldi aggredirono Clara vicino alla stalla prima che papà ed Arthur arrivassero. Clara rimase ferita mortalmente nella colluttazione».
Sentii il cuore fermarsi. Un brivido glaciale mi percorse l'intera colonna vertebrale.
«Quando papà ed Arthur trovarono Clara,» proseguì Daniel, «era ormai troppo tardi. Per salvarle la vita non c'era più tempo. Ma la sorella Anna era lì. Papà ed Arthur capirono che se la notizia della morte di Clara fosse diventata pubblica, la società immobiliare avrebbe occupato immediatamente il terreno dichiarandolo privo di eredi legittimi».
«Mio Dio...» mormorai, posando la mano libera sul vetro freddo.
«Così presero una decisione disperata,» disse Daniel. «Fecero salire Anna sul treno per la Germania facendola passare per Clara, in modo che l'erede ufficiale risultasse ancora viva e protetta all'estero. E la vera Clara Vani...»
Daniel si fermò, le labbra che gli tremavano così violentemente da non riuscire a pronunciare le parole.
«Dove l'hanno sepolta, Daniel?» chiesi con una voce che non sembrava nemmeno più la mia.
Daniel si sporse verso il vetro, appoggiando la fronte contro la superficie trasparente.
«Sotto la linea di confine, mamma. Sotto le radici del quarto tiglio. Quello che papà ed Arthur hanno annaffiato ogni mattina per trent'anni. Non annaffiavano degli alberi... custodivano la tomba di Clara Vani».
---






