Il sangue mi si gelò nelle vene. Senza riflettere, spinsi Daniel con quanta forza avevo in corpo e corsi verso la porta d'ingresso.
«Mamma, resta dentro!» urlò Daniel, cercando di afferrarmi per la manica del maglione, ma fui più rapida. Discesi i tre gradini del portico precipitosamente, quasi inciampando nell'erba umida della notte.
La nebbia di novembre si era fatta densa, avvolgendo il giardino in una morsa umida e lattiginosa che riduceva la visibilità a pochi metri. Corsi verso il filare di alberi guidata solo dalla luce fioca del lampione e dal ricordo dei punti in cui si trovavano i picchetti del tecnico.
«Arthur! Arthur!» gridai con tutto il fiato che avevo in gola.
Quando raggiunsi il secondo tiglio, l'uomo incappucciato era già sparito nella nebbia, verso il retro della proprietà. Sentii il rumore acuto di un motore di scooter che si accendeva in lontananza e sfrecciava via lungo la via secondaria.
Arthur era disteso di fianco sull'erba intrisa di rugiada. La sua mano destra stringeva ancora saldamente la pala da giardino che aveva portato con sé, mentre dalla tempia sinistra colava un rivolo sottile di sangue scuro. Un respirare affannoso e metallico gli usciva dalle labbra socchiuse.
«Arthur, mio Dio... rimani fermo, chiamo i soccorsi!» mi inginocchiai accanto a lui, ignorando il freddo che mi penetrava attraverso i pantaloni.
Il vecchio vicino aprì lentamente gli occhi. La sua vista era confusa, ma quando mise a fuoco il mio viso, tentò di sollevare un braccio per afferrarmi la giacca.
«Eleanor... non... non lasciarlo scavare...» sussurrò con voce rauca, interrotta da un colpo di tosse.
«Sta zitto, non parlare. Arriva l'ambulanza». Presi il telefono dalla tasca con dita tremanti e digitai il numero di emergenza.
Mentre parlavo con l'operatore fornendo l'indirizzo, i passi pesanti di Daniel risuonarono sul vialetto di ghiaia. Mio figlio si fermò a due metri da noi, le mani piantate nelle tasche del trench, osservando il vecchio a terra con un'indifferenza che mi terrorizzò più dell'aggressione stessa.
«È stato un incidente, mamma,» disse Daniel con tono calmo, quasi distaccato. «Sarà scivolato nell'oscurità sulla terra smossa dai tecnici. Un uomo della sua età non dovrebbe vagare di notte in giardino».
Mi voltai verso di lui con gli occhi pieni di rabbia e di lacrime.
«C'era un uomo qui! L'ho visto con i miei occhi! Aveva una sbarra di ferro e l'ha colpito!»
Daniel scosse la testa con finta compassione. «La nebbia gioca brutti scherzi, mamma. Hai visto delle ombre. Quando arrivano i carabinieri, ti conviene non raccontare storie fantasiose se non vuoi finire per sembrare poco lucida anche tu».
La minaccia velata nella sua voce era inequivocabile. Non stava solo cercando di insabbiare l'accaduto; mi stava avvertendo che, se avessi parlato, avrebbe usato la mia età e il mio dolore per togliermi ogni credibilità.
L'ambulanza arrivò dieci minuti dopo, con i lampeggianti blu che squarciavano il muro di nebbia. I paramedici prestarono le prime cure ad Arthur, stabilizzandolo prima di caricarlo sulla barella. Un maresciallo dei carabinieri si avvicinò a me e Daniel per raccogliere le prime dichiarazioni.
Guardai Daniel. Era in piedi accanto all'ufficiale, sorridente, contegnoso, il ritratto perfetto del figlio preoccupato che assisteva la madre anziana in un momento di crisi.
«Il signor Collins è il nostro vicino da trent'anni, Maresciallo,» spiegava Daniel con voce fluida. «Mia madre ha sentito un rumore ed è uscita. Purtroppo l'oscurità e il terreno irregolare hanno fatto il resto. Il signor Collins deve essere caduto battendo la testa contro la radice dell'albero».
Il maresciallo annotò le parole sul suo taccuino, poi si rivolse a me.
«Conferma, signora Bennett? Ha visto qualcosa di diverso?»
Guardai la striscia di sangue scuro sull'erba vicino al tiglio. Poi guardai Daniel. Se avessi accusato mio figlio direttamente in quel momento, senza prove tangibili oltre alla lettera di Thomas nascosta in casa, Daniel avrebbe preso il controllo di tutto. Avrebbe potuto farmi dichiarare incapace, prendere possesso definitivo della casa e far abbattere gli alberi prima del sorgere del sole.
Dovevo prendere tempo. Dovevo giocare secondo le sue regole finché non avessi estratto la verità da sotto terra.
«È... è successo tutto molto rapidamente, Maresciallo,» risposi, mantenendo la voce il più stabile possibile. «La nebbia era fittissima. Ho solo visto Arthur a terra».
Il maresciallo annuì, chiudendo il taccuino. «Ci sentiremo domani in caserma per formalizzare il verbale. Buonanotte, signora».
Quando l'ambulanza e la gazzella dei carabinieri se ne andarono, il giardino tornò nel silenzio più assoluto. Daniel mi riaccompagnò verso il portico, tenendomi per il gomito con una presa che sembrava più quella di un carceriere che di un figlio.
«Hai fatto la cosa giusta, mamma,» disse mentre rientravamo nell'ingresso. «Ora vai a dormire. Io resterò qui sul divano per stanotte. Così domattina sarò pronto quando arriverà l'impresa edile».
«L'impresa edile non verrà domani, Daniel. Arthur è in ospedale, ci sono delle indagini in corso».
Daniel si tolse il cappotto e si voltò verso di me con un sorriso tirato.
«L'ordine di abbattimento per la messa in sicurezza dei confini è già stato approvato dall'ufficio tecnico del comune due giorni fa. Ho tutte le autorizzazioni firmate. Gli alberi verranno tagliati alle otto di mattina».
Si sedette sul divano, incrociando le braccia, facendomi capire che non se ne sarebbe andato e che non mi avrebbe tolto gli occhi di dosso per tutta la notte.
Salii al piano superiore nella mia camera da letto, chiudendo la porta a chiave. Il cuore mi martellava nel petto. Guarda l'orologio sul comodino: erano le tre del mattino. Avevo meno di cinque ore prima che le motoseghe distruggessero per sempre la memoria di Thomas e il segreto di Clara Vani.
Mi sedetti sul bordo del letto. Non potevo permettere che accadesse. Ma come potevo fermare Daniel da sola?
Fu allora che mi ricordai di un dettaglio della lettera di Thomas. Mio marito aveva scritto: "Abbiamo piantato i quattro alberi esattamente sopra il punto in cui avevamo sotterrato la cassetta metallica... l'atto originale di proprietà e i diari di Clara".
La cassetta non era sepolta a metri di profondità. Se era stata sotterrata al momento della piantumazione degli alberi, doveva trovarsi tra le radici superficiali del primo tiglio, quello più vicino alla recinzione di Arthur.
Se fossi riuscita a recuperare quella cassetta prima dell'arrivo degli operai, avrei avuto in mano le prove per bloccare Daniel e smascherare la truffa.
Guardai fuori dalla finestra della camera. La nebbia era ancora fitta. Sotto il mio vano si estendeva il tetto del portico, che scendeva dolce verso il capanno degli attrezzi sul retro. Da ragazza avevo visto Daniel arrampicarsi più volte su quel tetto per scappare di casa la notte.
Riaprii con cautela la finestra, cercando di non far stridere i cardini in legno. Il freddo della notte mi investì il viso. Indossai un giaccone scuro, stivali da pioggia e un paio di guanti da lavoro che tenevo nell'armadio.
Riuscii a calarmi sul tetto del portico, scivolando piano sulla tegole umide finché non raggiunsi la struttura in legno del capanno. Scesi a terra senza fare rumore.
Raggiunsi il capanno ed estrassi una piccola zappa da giardinaggio e una torcia tascabile. Poi mi diressi, nell'oscurità della nebbia, verso il primo tiglio.
Mi inginocchiai sulla terra fredda. La luce della torcia era ridotta al minimo, schermata dalla mia mano per non insospettire Daniel dalla finestra del soggiorno.
Iniziai a scavare. La terra era dura, intrisa di radici intrecciate che opponevano resistenza a ogni colpo di zappa. Lavorai per oltre mezz'ora, con il fiato corto e le mani che mi dolevano per lo sforzo. Il terrore che Daniel potesse sentirmi o che le sue guardie personali potessero tornare mi dava un'energia che non sapevo di avere a sessantadue anni.
A circa quaranta centimetri di profondità, la punta della zappa colpì qualcosa di rigido. Un suono metallico rimbalzò nell'aria.
Spostai la terra con le dita nude finché non emersero i contorni di una scatola di metallo zincato, avvolta in diversi strati di plastica scura ormai deteriorata dal tempo.
La tirai fuori con fatica dalle morsa delle radici. La scatola era pesante, sigillata con un vecchio lucchetto arrugginito.
Proprio mentre stringevo il cofanetto tra le braccia, il rumore imprevedibile di un ramo spezzato risuonò a pochi metri da me, nell'oscurità del giardino di Arthur.
Mi bloccai, trattenendo il respiro. Spensi la torcia.
Dalla nebbia non emerse Daniel. Emerse una figura alta, snella, che camminava con passi incerti ma silenziosi. Portava una torcia diversa, con una luce calda, e si fermò a un metro da me.
Quando la luce mi illuminò il volto, la persona fece un passo indietro, lasciando sfuggire un sospiro.
«Eleanor?» disse una voce femminile, matura ma incredibilmente simile a quella che avevo immaginato leggendo la storia.
Accesi la mia torcia e la puntai verso la figura.
Era una donna sui cinquant'anni avanzati. Aveva i capelli grigi raccolti in una treccia morbida e gli stessi occhi tristi della ragazza nella fotografia ingiallita di trent'anni prima.
«Tu... tu sei Clara?» sussurrai incredula.
La donna scosse la testa lentamente, con un sorriso amaro che le increspò le labbra.
«No, Eleanor. Clara era mia madre. Io sono sua figlia, Elena. E sono venuta a riprendermi ciò che tuo figlio ha cercato di uccidere».
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