Lo specchietto retrovisore mi restituiva l'immagine costante di quell'auto scura – un grande SUV grigio metallizzato con i vetri oscurati – che manteneva una distanza di sicurezza di circa cinquanta metri dietro la mia piccola utilitaria. Ogni volta che svoltavo o cambiavo corsia lungo la statale che portava verso l'autostrada A4 per Padova, il SUV ripeteva la manovra con chirurgica precisione.
«Ci stanno seguendo, vero?» chiese Elena da dietro, la voce tesa e le dita strette attorno alla borsa contenente le fotocopie dei diari.
«Sì,» risposi stringendo il volante fino a farmi dolere le nocche. «Quel SUV è spuntato appena siamo usciti dal vialetto di casa».
Arthur si girò leggermente sul sedile per guardare attraverso il lunotto posteriore.
«È un modello recente con targa coperta da un telaio riflettente,» osservò il vecchio vicino con la solita acume. «È la stessa tipologia di veicoli usata dai dirigenti della 'Verona Logistica' quando venivano a fare i sopralluoghi sui terreni della zona. Vogliono impedire che raggiungiamo lo studio del notaio a Padova».
«Ho chiamato l'avvocato Sartori dieci minuti fa,» dissi cercando di mantenere la calma mentre immettevo la vettura sul casello autostradale di Verona Est. «Mi ha assicurato che una pattuglia della Polizia Stradale in borghese ci avrebbe intercettato lungo il percorso. Ma con la nebbia che si sta raddensando di nuovo nei pressi di Vicenza, visibilità e traffico non ci aiutano».
L'autostrada A4 era immersa in una foschia grigia e umida che riduceva il raggio visivo a meno di cento metri. I grandi autotreni merci sfrecciavano sulla corsia di destra creando turbolenze d'aria che facevano sbandare leggermente la mia utilitaria.
Improvvisamente, il SUV scuro accelerò. Sfrecciò sulla corsia di sorpasso e si affiancò alla mia vettura, stringendomi pericolosamente verso il guardrail di destra. Attraverso il vetro oscurato del passeggero non riuscivo a vedere il volto del guidatore, ma il messaggio era chiarissimo: volevano costringermi ad accostare sulla corsia di emergenza.
«Eleanor! Attenta!» urlò Arthur tenendosi al cruscotto mentre il SUV dava una leggera sportellata alla fiancata della mia auto, facendo stridere la carrozzeria di metallo.
Trattenni un grido di terrore, scalai la marcia e affondai il piede sull'acceleratore, cercando di sfruttare le dimensioni ridotte della mia auto per infilarmi nello spazio tra due enormi tir che viaggiavano a velocità costante.
«Chiamate il 112!» gridai ad Elena. «Ditegli che ci stanno speronando sull'A4 tra Vicenza Ovest e Vicenza Est!»
Elena compì rapidamente il numero di emergenza con il suo cellulare, fornendo gli elementi identificativi della nostra posizione e la descrizione del SUV che continuava a tentar di tagliarci la strada.
Il guidatore del SUV, vedendo che non mi fermavo, tentò una manovra disperata. Accelerò bruscamente per superare l'autotreno davanti a noi e si posizionò di traverso sulla corsia centrale, cercando di crearci un blocco stradale completo in mezzo alla nebbia.
Chiusi gli occhi per un secondo, invocando tutta la freddezza che non sapevo di possedere. Invece di frenare con violenza – cosa che ci avrebbe fatto sbandare e finire sotto le ruote del tir dietro di noi – sferzai il volante verso destra, scivolando nella corsia di emergenza stretta e coperta di detriti, superando il SUV di traverso per pochi centimetri.
Un suono prolungato di clacson e frenate stridenti echeggiò alle nostre spalle mentre il SUV tentava di riprendere il controllo sulla strada bagnata, finendo per girarsi su se stesso e impattare contro le barriere di protezione della corsia centrale.
Guardai nello specchietto retrovisore: il SUV era fermo, con il cofano accartocciato contro il guardrail e i quattro frecce di emergenza che lampeggiavano nell'oscurità della nebbia. Nessuno dei due occupanti sembrava ferito gravemente, ma il veicolo era completamente fuori uso.
Due minuti dopo, due gazzelle della Polizia Stradale con le sirene spiegate sfrecciarono in senso opposto sulla corsia opposta per raggiungere il luogo dell'incidente e bloccare gli occupanti del SUV.
Respirai affannosamente, accostando per un istante nella prima area di servizio disponibile per riprendere il controllo delle mie mani che tremavano in modo incontrollabile.
«Stai bene, Eleanor?» chiese Arthur mettendomi una mano protettiva sulla spalla.
«Sto... sto bene,» balbettai asciugandomi il sudore freddo dalla fronte. «E voi?»
«Siamo interi,» rispose Elena, il viso pallido ma gli occhi accesi di una determinazione incrollabile. «Quegli uomini sono disperati. Significa che siamo vicinissimi a distruggere la loro copertura».
Ripartimmo venti minuti dopo, scortati questa volta da un'auto della polizia che ci aveva raggiunto nell'area di servizio. Il resto del viaggio verso Padova svolse senza ulteriori incidenti.
Alle undici e mezza del mattino arrivammo nel centro storico di Padova. Lo studio del Notaio Edoardo Valenti si trovava all'interno di un antico palazzo del Settecento, con alte finestre in stile veneziano e un cortile interno alberato.
Il Notaio Valenti, un uomo anziano dai capelli argentei e dagli occhiali da vista sottili, ci accolse personalmente nel suo studio rivestito di scaffali in legno pieni di vecchi volumi rilegati.
«Arthur... quanto tempo,» disse il notaio stringendo con affetto la mano al mio vicino. «Ho saputo della scomparsa di Thomas otto anni fa. È stato un grande dolore per me».
«Siamo qui per la clausola del 1996, Edoardo,» disse Arthur senza perdere tempo in convenevoli. «Le tre condizioni si sono verificate tutte. Questa è Eleanor, la vedova di Thomas. E questa è Elena, la figlia legittima di Clara Vani».
Il notaio osservò Elena con un'espressione di profonda commozione. Si avvicinò a lei, guardandola negli occhi per qualche secondo.
«Somigli in modo incredibile a tua madre, ragazza mia,» disse con dolcezza. «Thomas ed Arthur hanno fatto un lavoro straordinario per proteggere la tua eredità per trent'anni».
Il notaio si avvicinò a una grande cassaforte a muro nascosta dietro un dipinto ad olio. Inserì una combinazione complessa ed strasse una cartella in pelle marrone sigillata con ceralacca rossa.
Appoggiò la cartella al centro della grande scrivania in noce.
«Questo è il deposito fiduciario originale numero 4028, registrato il 14 novembre 1996,» annunciò il notaio sollevando lo sguardo su di noi. «Contiene l'atto di donazione inalienabile della famiglia Vani, i confini catastali autenticati storici e una dichiarazione sottoscritta da Thomas Bennett ed Edoardo Rinaldi Senior che dimostra il tentativo di estorsione subìto da Clara».
Elena fece un passo avanti, la mano tesa verso la cartella.
Ma prima che il notaio potesse spezzare il sigillo di ceralacca, il telefono sulla sua scrivania squillò con insistenza.
Il notaio rispose, ascoltò per pochi secondi, e la sua espressione si fece improvvisamente grave.
«È la Procura di Verona,» disse guardandomi con sgomento. «Il magistrato ha appena convalidato l'arresto dei vertici della 'Verona Logistica'. E tuo figlio Daniel ha chiesto di rilasciare una seconda dichiarazione urgente... vuole parlare soltanto con te, Eleanor. Dice che c'è un'ultima cosa che suo padre gli ha detto prima di morire, una cosa che riguarda la posizione esatta in cui è stata sepolta Clara Vani».
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