Il Viaggio di una Vita
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Il Viaggio di una Vita

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Bartholomew posò il vassoio sul tavolino basso di legno e mi offrì una sedia comoda vicino alla finestra che dava su un giardino rigoglioso di felci e eucalipti. «Ti sei incantata a guardare il camino, vero?» mi chiese con un sorriso bonario, versando il caffè nelle tazzine con mano ferma. «Molti ospiti lo fanno. Quell'orologio ha una storia davvero insolita.»

Sentii il sangue raggelarsi nelle vene. Trattenni il respiro, stringendo i bordi della mia giacca con tanta forza che le nocche mi divennero bianche.

«Ah sì? Una storia insolita?» mormorai, cercando di controllare il tremito nella voce mentre prendevo la tazzina che mi porgeva. Il caffè sprigionava un profumo intenso, ma sapevo che non sarei riuscita a mandarne giù neanche un sorso.

«Proprio così», rispose Bartholomew, sedendosi sulla poltrona di fronte alla mia e posando lo sguardo con una tenerezza quasi malinconica su quel piccolo cimelio d'argento appeso sopra il camino. «Me lo ha regalato un giovane uomo americano qualche mese fa. Un ragazzo in visita qui a Sydney per affari. Si chiamava... aspetta, fammi ricordare... Douglas. Sì, Douglas.»

Il nome risuonò nella stanza come una fucilata. Douglas. Mio figlio Douglas. Quello che aveva preteso l'orologio dicendo che doveva rimanere in famiglia. Quello che aveva fatto scenate perché avevo venduto la casa. Quello che mi aveva voltato le spalle e bloccato il numero di telefono quando avevo deciso di spendere i miei soldi per viaggiare.

«Douglas?» ripetei io, con un filo di voce che faticava a uscire dalla gola. «Un ragazzo americano di nome Douglas?»

«Esatto», confermò Bartholomew, sorseggiando il suo caffè senza accorgersi della tempesta che aveva appena scatenato nel mio petto. «Era venuto nel negozio di antiquariato dove ogni tanto vado a dare una mano a un vecchio amico. Stava cercando di monetizzare alcuni oggetti di famiglia in fretta e furia. Aveva un bisogno disperato di contanti, diceva per un investimento urgente. Ha tirato fuori quell'orologio da taschino dicendo che apparteneva a suo padre, ma che per lui non aveva alcun valore sentimentale. Quando ho visto l'incisione sul retro e ho sentito la sua storia, mi è dispiaciuto così tanto che l'ho comprato io stesso a un prezzo generoso, solo per salvarlo dall'essere fuso o dimenticato in un cassetto polveroso.»

Rimasi senza parole. Il mio mondo, già barcollante per la scelta radicale di partire, crollò definitivamente in quel preciso istante. Non era solo ingratitudine o indifferenza: c'era ben altro dietro il comportamento dei miei figli.