A settant'anni suonati, la mia vita non era affatto finita; anzi, sembrava essere appena iniziata. Avevo capito che non è mai troppo tardi per ridefinire i confini della propria esistenza, per pretendere rispetto e per rincorrere quei sogni che avevamo messo in un cassetto polveroso in nome del dovere e delle aspettative altrui.
Mentre mi preparavo a partire per l'Europa, dove avrei incontrato Bartholomew per un tour culturale tra i musei di Firenze e i vigneti della Toscana, ripensai a tutto il percorso compiuto. Dalla decisione drastica di vendere la casa, alle urla dei miei figli, fino al magico e inquietante incontro nel salotto australiano con quell'orologio appeso sopra il camino. Sembrava la trama di un romanzo d'avventura, eppure era tutto assolutamente vero.
I miei figli mi chiamavano regolarmente adesso, non per chiedere soldi o per scaricare i nipoti, ma semplicemente per sapere come stavo, quali luoghi nuovi stavo visitando e per raccontarmi i loro piccoli progressi quotidiani. Douglas aveva saldato la prima tranche dei suoi debiti e aveva ripreso in mano la sua carriera professionale con rinnovata serietà. Jocelyn e Mitchell avevano imparato a organizzare le loro giornate senza dipendere continuamente dal mio supporto logistico. Avevo riguadagnato il loro affetto, ma soprattutto avevo conquistato la loro stima profonda.
Chiusi la porta della stanza, presi la maniglia della mia valigia e scesi le scale con il cuore leggero. Al piano terra, i miei quattro figli mi aspettavano tutti insieme per accompagnarmi all'aeroporto, sorridenti e con un mazzo di fiori freschi in mano.
«Pronta per la prossima tappa, mamma?» mi chiese Mitchell, aiutandomi a caricare i bagagli nel portabagagli della macchina.
«Sempre, figlio mio», risposi sorridendo, salendo a bordo con la sicurezza di chi sa esattamente dove sta andando.






