Il Viaggio di una Vita
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Il Viaggio di una Vita

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Fissavo quell'oggetto con il respiro corto, incapace di muovere un solo muscolo. Sopra il camino in pietra, incorniciato da un legno scuro e consunto dal tempo, troneggiava l'antico orologio da taschino in argento di mio marito Theodore. Non era un orologio qualsiasi. Aveva una cassa finemente cesellata con un motivo a foglie di felce e, sul retro, una piccola incisione sbiadita che Theodore stesso aveva fatto con un punteruolo la sera del nostro decimo anniversario di matrimonio: “Per sempre noi, T. & E.”.

Mio marito lo aveva custodito come il bene più prezioso fino al giorno della sua morte. Dopo il funerale, avevo riposto quell'orologio in una scatola di velluto blu, collocata nel cassetto più alto del mio comò nella vecchia casa. Quando avevo messo in vendita la proprietà, avevo svuotato personalmente ogni mobile, ma quell'orologio… ne ero assolutamente certa, l'avevo messo nella valigia che poi avevo spedito direttamente a casa di mio figlio Douglas, poiché lui aveva insistito tanto per avere i ricordi di suo padre. «Sono l'uomo di casa adesso, spetta a me custodire le cose di papà», aveva detto con quella sua aria altezzosa.

Come diavolo faceva quell'oggetto a trovarsi nella casa di un perfetto sconosciuto conosciuto per caso in un caffè letterario a Sydney?

«Tutto bene, Elena?» La voce di Bartholomew risunse dalla cucina, accompagnata dal tintinnio di due tazzine di ceramica.

Sobbalzai, distogliendo lo sguardo dall'orologio con il cuore che batteva all'impazzata come quello di un'adolescente terrorizzata. Mi passai una mano tremante sulla fronte, cercando disperatamente di ricompormi prima che lui tornasse. Sapevo di dover mantenere la calma, di non dover dare a vedere il terremoto emotivo che mi stava sconvolgendo dentro. Ma la mente mi vorticava: c'era una connessione nascosta, un filo invisibile e inquietante che legava la mia famiglia, la mia vecchia vita lasciata dall'altra parte del pianeta e questo affascinante vedovo australiano.

«Sì, sì, tutto bene, Bartholomew!» risposi, sforzando la voce affinché suonasse il più naturale possibile, sebbene le mie ginocchia sembrassero improvvisamente fatte di burro.

Lui entrò in salotto portando un vassoio con il caffè fumante e un piattino di biscotti al burro fatti in casa. I suoi occhi azzurri, solitamente così sereni e luminosi, si posarono su di me con un lampo di improvvisa curiosità, quasi avesse percepito la mia tensione elettrica. Posai lo sguardo su di lui, cercando di studiare ogni singolo tratto del suo viso, ogni ruga intorno agli occhi, domandarmi chi fosse veramente quell'uomo e quale segreto terrificante stesse nascondendo dietro quel sorriso caloroso.