Ora che la situazione a Chicago si era stabilizzata e i miei figli avevano intrapreso un percorso di maturità e responsabilità, sentivo che il mio viaggio non era affatto finito. C'erano ancora tanti luoghi meravigliosi da scoprire, culture da esplorare e tramonti da ammirare in capo al mondo.
Prima di ripartire, tuttavia, volli fare una cosa molto importante. Scrissi una lunga lettera a Bartholomew, l'antiquario di Sydney che aveva custodito l'orologio di Theodore e che, indirettamente, aveva fatto da catalizzatore per tutta questa incredibile vicenda. Gli raccontai come si erano svolte le cose, lo ringraziai per la sua gentilezza e per la tazza di caffè che aveva cambiato il corso della mia esistenza.
A distanza di poche settimane, ricevetti una sua risposta entusiasta. Bartholomew mi scrisse che si sarebbe presto preso un periodo di pausa dal negozio e che aveva in programma un viaggio di piacere negli Stati Uniti, proprio nella regione dei Grandi Laghi.
«Se sei ancora nei paraggi, Elena», recitava la sua lettera, «mi piacerebbe molto ricambiare l'invito e offrirti una tazza di caffè, stavolta senza colpi di scena o orologi misteriosi di mezzo.»
Sorrisi leggendo quelle parole, mentre la mia valigia logora era di nuovo lì, aperta sul letto, pronta a essere riempita per una nuova avventura. I miei figli non fecero più storie quando comunicai loro la mia intenzione di riprendere a viaggiare. Anzi, fu proprio Brenda ad aiutarmi a chiudere la cerniera della valigia, infilandoci dentro un maglione di lana pesante e un biglietto con scritto: "Buon viaggio, mamma. Te lo sei meritato più di chiunque altro."
Guardai fuori dalla finestra della mia nuova piccola casa in affitto – perché non avevo alcuna intenzione di ricomprare una grande proprietà da accudire – e respirai a fondo l'aria fresca della mattina.






