Il Cappotto di Luglio
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Il Cappotto di Luglio

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parte6: L'Analisi della Chiavetta

La chiavetta USB fu consegnata d'urgenza al reparto informatico della questura di Bologna per un'analisi approfondita. Le ore trascorse in sala d'attesa furono un supplizio cinese: ogni secondo che passava sembrava dilatarsi all'infinito, mentre nella mia mente si accavallavano i ricordi della morte di mio padre, i dettagli del suo funerale e l'atteggiamento stranamente freddo e distaccato di Lorenzo durante quei giorni drammatici.

Erano circa le undici di sera quando l'ispettore Vanni mi convocò nel suo ufficio. Sul monitor del computer portatile erano aperte diverse finestre con file audio, registrazioni e documenti digitali protetti. — Abbiamo sbloccato il file principale — esordì Vanni senza preamboli, voltando lo schermo verso di me. — Si tratta di una registrazione ambientale effettuata con un microregistratore nascosto nello studio di tuo padre.

La data corrisponde esattamente al pomeriggio del venti di ottobre, tre anni fa, tre ore prima che venisse dichiarato morto per infarto. Un brivido di terrore mi immobilizzò sulla sedia. Feci cenno di sì con la testa, incapace di pronunciare una singola parola, e vinsi la resistenza psicologica necessaria per ascoltare l'audio che stava per partire.

L'ispettore premette il tasto di riproduzione. Dagli altoparlanti gracchianti uscì prima un fruscio di fondo, poi una discussione animata. Riconobbi immediatamente la voce roca e stanca di mio padre, seguita dal tono freddo, tagliente e calcolatore di Lorenzo. — Tu non metterai mai le mani su quel patrimonio per ripianare i tuoi debiti di gioco, Lorenzo! — urlava nostro padre con voce strozzata dalla rabbia. — Domani mattina andrò dal notaio e revocherò ogni delega. Lascerò tutto diviso equamente, come è giusto che sia! La voce di Lorenzo rispose con una calma agghiacciante, disumana: — Non farai nessun testamento domani, papà. Tu firmi adesso quello che ho preparato io, oppure... beh, diciamo che le tue pillole per il cuore potrebbero finire nel posto sbagliato. Un tonfo sordo, il rumore di una colluttazione violenta, il grido soffocato di nostro padre che invocava aiuto, e poi il silenzio tombale spezzato solo dal respiro affannoso di mio fratello che armeggiava con dei flaconi di medicinali.

La registrazione si interruppe bruscamente. Rimasi seduto lì, pietrificato, con le lacrime che colmavano i miei occhi senza che potessi fermarle. Mio padre non era morto per cause naturali. Era stato assassinato da suo figlio maggiore, freddamente, per avidità di denaro. E ora quell'assassino era in fuga insieme a sua moglie, con migliaia di euro sottratti a nostra madre e con un mandato di cattura internazionale che stava per essere spiccato su tutto il territorio nazionale.