Il Silenzio delle Pareti
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Il Silenzio delle Pareti

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PARTE 9: L'Ultimo Tradimento in Corsia

Il telefono mi scivolò quasi di mano mentre le urla concitate nel corridoio del reparto si facevano sempre più forti, trasformandosi in un caos di passi pesanti, allarmi medici e richiami concitati. Senza pensarci un attimo, fiondai fuori dalla saletta d'attesa, correndo a perdifiato lungo il corridoio in direzione della stanza di nostro padre. Il cuore mi martellava nelle tempie come un tamburo di guerra.

La mia mente correva alle parole appena pronunciate dal cancelliere: “Un complice che lavora all'interno della clinica...” Quando arrivai davanti alla porta della camera di degenza, mi bloccai di sbiadito orrore. La porta era spalancata. Due infermieri erano riversi a terra, intontiti e respirando a fatica, evidentemente storditi da uno spray urticante o da un seditivo gassoso.

All'interno della stanza, il letto di nostro padre era vuoto. Le lenzuola erano disfatte, e il macchinario per il monitoraggio cardiaco era stato staccato, emettendo un fischio continuo e agghiacciante che lacerava l'aria. «Papà!» urlai disperata, gettandomi all'interno della stanza. La finestra che dava sul cortile interno dell'ospedale era spalancata, sbattuta violentemente dal vento freddo di novembre.

Mi affacciai sporgendomi nel vuoto: sotto, nel parcheggio riservato alle ambulanze, una berlina grigia con i finestrini scuri sgommava via a tutta velocità, facendo stridere le gomme sull'asfalto bagnato prima di dileguarsi nella nebbia della periferia modenese. In quel preciso istante, l'ispettore Ferri sbucò in fondo al corridoio, affiancato da due agenti armati.

Visto il mio volto terrorizzato e la stanza deserta, capì immediatamente la gravità della situazione. «Hanno preso mio padre! Hanno fatto irruzione e lo hanno portato via!» esclamai con la voce rotta dai singhiozzi, indicando la finestra aperta. Ferri si precipitò alla finestra, estraendo la radio portatile dalla cintura e urlando indicazioni operative alle pattuglie di zona. «Tutte le unità, allarme rosso!

Intercettate una berlina grigia targata provvisoria in uscita dall'ospedale civile. Il paziente è stato rapito!» Il panico mi soffocava. Avevamo creduto di aver vinto, di aver messo all'angolo il predatore, e invece ci eravamo dimenticati che la rete di Ivano era molto più vasta e ramificata di quanto potessimo immaginare. Non era solo un uomo d'affari corrotto; era il capo di un sistema criminale radicato nel tessuto sanitario e politico della città.

E quel complice anonimo all'interno dell'ospedale aveva aperto la porta ai suoi sicari nel momento esatto in cui stavamo per ottenere giustizia. La dottoressa Rinaldi e l'avvocato Moretti sopraggiunsero pochi minuti dopo, sconvolti e pallidi in volto. La psicologa mi strinse forte tra le braccia, cercando di calmarmi mentre io tremavo come una foglia. «Non dobbiamo farci prendere dal panico, Elena» disse l'avvocato Moretti con voce ferma, sebbene i suoi occhi tradissero una profonda preoccupazione. «Se Ivano ha fatto rapire tuo padre, significa che si sente braccato a morte.

Il risveglio di tuo testimone principale è l'unica cosa che può inchiodarlo senza appello. Senza di lui, il patteggiamento potrebbe salvargli la pelle.» «Ma dove lo hanno portato?» chiesi disperata. «Modena è grande, e con questa nebbia possono nasconderlo ovunque!» L'ispettore Ferri rientrò nella stanza dopo aver chiuso la chiamata alla centrale operativa.

Il suo volto era una maschera di bronzo, ma nei suoi occhi brillava una scintilla di determinazione feroce. «Non lo porteranno lontano dalla città. Le uscite principali sono già bloccate dalle nostre volanti. Ma c'è un posto nella periferia industriale, un vecchio deposito farmaceutico dismesso di proprietà di una società fantasma riconducibile a Ivano, che non siamo riusciti a perquisire prima per mancanza di un mandato specifico.» «Andiamo lì» dissi senza esitare un solo secondo, asciugandomi le lacrime con il dorso della mano. «Mio fratello resta qui con la dottoressa Rinaldi.

Io vengo con voi.» Ferri cercò di obiettare, ma l'espressione risoluta sul mio viso gli fece capire che non c'era forza al mondo capace di trattenermi. Salimmo a bordo della sua auto civetta, e la vettura partì sgommando nel traffico caotico della città, puntando dritta verso le zone industriali grigie e desolate della periferia nord. Mentre ci avvicinavamo alla zona dei capannoni abbandonati, la nebbia si faceva sempre più densa, quasi a voler nascondere i segreti inconfessabili di quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.

Davanti a noi, un cancello in ferro arrugginito sbarrava l'accesso a un enorme capannone con le finestre rotte e i muri coperti di graffiti. L'ispettore spense i fari dell'auto a debita distanza, fermandosi dietro una catasta di container arrugginiti. Scesimo in silenzio, muovendoci come ombre nel freddo pungente della sera. Ferri estrasse la pistola, controllando il caricatore con un clic metallico. «State dietro di me e non fate rumore» sussurrò l'ispettore, avanzando verso l'ingresso laterale del capannone.

La porta di sicurezza era socchiusa, da cui filtrava una debole luce giallognola e l'odore acre di disinfettante misto a fumo di sigaretta. Ci avvicinammo con il fiato sospeso, spingendo la porta quel tanto che bastava per guardare all'interno. [Al centro del grande stanzone buio, legato a una sedia di metallo, c'è nostro padre. E di fronte a lui, con un bicchiere di whisky in mano, c'è un uomo inatteso che non dovrebbe trovarsi lì...]