PARTE 2: L'Eco dei Passi Perduti
La salita fuori dalla vecchia casa di famiglia non è stata soltanto un allontanamento fisico, ma il primo vero respiro dopo mesi di apnea forzata. Lo studio dell'avvocato Moretti, situato nel cuore storico di Modena, profumava di carta antica, cera d'api e pioggia. Fuori, le gocce battevano contro i vetri alti delle finestre protette da pesanti tende di velluto bordeaux.
Io tenevo stretto il cappotto di mio fratello, cercando di trasmettergli un calore che io stessa faticavo a sentire dentro di me. La psicologa, la dottoressa Rinaldi, sedeva accanto a noi, un punto di riferimento immobile in quella tempesta burocratica ed emotiva. L'avvocato Moretti, un uomo dai capelli bianchi tagliati corti e lo sguardo acido dietro a occhiali dalla montatura sottile, sfogliò lentamente i documenti.
I fogli frusciavano con un rumore secco, quasi doloroso. «Ivano ha agito con una freddezza calcolata» disse l'avvocato, senza alzare lo sguardo dai fogli. «Quello che avete portato qui non è solo una collezione di registrazioni audio o di messaggi minacciosi. È la prova di un piano continuativo, architettato nel corso degli ultimi tre anni, volto a isolarvi e a spossessarvi di ogni singolo bene ereditato da vostro padre.» Il mio fratellino si strinse ancora di più al mio fianco, nascondendo il viso contro il mio braccio.
Io sentivo il cuore battere all'impazzata contro le costole, un ritmo convulso che stonava con la solennità austera di quello studio legale. Sapevo che Ivano era un uomo pericoloso, capace di indossare maschere impeccabili davanti alla società modenese, ma vedernero nero su bianco le prove della sua rapina morale e materiale mi dava le vertigini. «Ci sono clausole, passaggi di proprietà fittizi, firme autenticate da un notaio compiacente nella periferia di Bologna» continuò Moretti, indicando con un dito nodoso un trafiletto in calce a un documento bollato. «La casa in cui siete cresciuti, i risparmi accumulati da vostro padre in decenni di duro lavoro nel settore della ceramica, persino i titoli azionari intestati a voi minori... tutto è stato progressivamente drenato verso conti esteri e società di comodo riconducibili a Ivano o a prestanome.» Guardai la dottoressa Rinaldi, cercando nei suoi occhi un briciolo di conforto.
Lei mi posò una mano calda sulla spalla, stringendola dolcemente. «Coraggio» mi sussurrò. «Siamo solo all'inizio, ma adesso la verità ha voce.» La verità. Quella parola che per troppo tempo era stata soffocata tra le pareti domestiche, trasformata in un tabù indicibile. Ricordavo perfettamente il giorno in cui Ivano era entrato nella nostra vita, presentandosi come il socio fidato e l'amico fraterno di nostro padre.
Poi, improvvisamente, la malattia di papà, il ricovero d'urgenza, il coma improvviso e inspiegabile, e infine l'ascesa incontrastata di Ivano come tutore legale e padrone incontrastato della nostra esistenza. Aveva iniziato a cambiare le serrature, a limitare le nostre uscite, a isolarci dagli amici storici della famiglia con la scusa di proteggerci dal dolore.
In realtà, stava costruendo la sua fortezza d'impunità. «Tuttavia» riprese l'avvocato, aggiustandosi gli occhiali sul naso e assumendo un'espressione ancora più grave, «c'è un dettaglio che complica notevolmente la nostra posizione e che Ivano userà per contrattaccare con feroce determinazione.» Un brivido gelato mi percorse la schiena. Trattenni il respiro. «Quale dettaglio, avvocato?» Moretti sollevò un foglio protocollo, un documento ufficiale della procura. «Il telefono che avete sottratto, le registrazioni che avete fatto... per quanto schiaccianti dal punto di vista morale ed emotivo, sono state ottenute senza autorizzazione giudiziaria.
In un processo penale, la difesa di Ivano potrebbe eccepirne l'inutilizzabilità per violazione della privacy domestica. In parole povere: se non troviamo il riscontro fisico dei beni nascosti o la testimonianza diretta del notaio compiacente prima che lui distrugga le tracce, rischiamo che tutto questo castello di accuse crolli come un castello di carta.» Le parole dell'avvocato mi caddero addosso come pietre.
Avevo lottato per un anno intero, rischiando di essere scoperta ogni singolo giorno, avevo ingoiato la paura e sopportato lo sguardo sprezzante di quell'uomo, e adesso scoprivo che il nostro unico scudo rischiava di essere spazzato via da un cavillo burocratico. Mio fratello alzò lo sguardo verso di me, con gli occhi grandi e lucidi di chi non comprende le leggi degli adulti ma percepisce il pericolo imminente.
Gli accarezzai i capelli con gesti automatici, mentre la mia mente correva alla velocità della luce. Doveva esserci una via d'uscita. Una prova tangibile, inattaccabile, che nessun giudice potesse ignorare o dichiarare inammissibile. «Il notaio» dissi all'improvviso, con voce ferma, sorprendendo persino me stessa. «Mio padre custodiva una cassetta di sicurezza nella vecchia sede della banca centrale di Modena.
E c'era un documento originale che Ivano non è riuscito a rintracciare.» L'avvocato Moretti sgranò leggermente gli occhi, mentre un lampo di interesse illuminava il suo volto austero. «Se quella cassetta esiste ancora, e se il mandato di nostro padre non è stato revocato illegalmente...» Non finì la frase. Si alzò di scatto dalla sedia, aprendo la porta comunicante con l'archivio.
Ma in quel preciso istante, il telefono fisso sulla sua scrivania iniziò a squillare con un trillo insistente, lacerante, che sembrava quasi un presagio di sventura. Moretti sollevò la cornetta, ascoltando in silenzio le parole concitate del suo assistente alla reception. Il suo volto perse ogni residuo di colore. «Avvocato...» balbettai, sentendo il terreno franarmi sotto i piedi.
Moretti posò lentamente la cornetta, fissandoci con un'espressione di puro terrore. «Hanno appena dato fuoco all'archivio della banca centrale. E il nome registrato all'ingresso, pochi minuti prima dell'incendio, è quello di Ivano.» [Il fumo nero si alza denso sopra i tetti di Modena, cancellando l'ultima speranza...]






