Il Silenzio delle Pareti
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Il Silenzio delle Pareti

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PARTE 5: La Trappola tra i Boschi

La salita verso l'Appennino modenese si trasformò rapidamente in un incubo claustrofobico. La nebbia, densa e lattiginosa, si era trasformata in una cortina impenetrabile che avvolgeva i tornanti stretti della strada provinciale per Fanano. I fari della Panda dell'ispettore Ferri fendevano a fatica il buio, illuminando solo pochi metri di asfalto bagnato e coperto di foglie marroni.

Il motore dell'utilitaria, sovraccarico per la pendenza e l'età del mezzo, iniziò a emettere un rantolo metallico preoccupante, un sibilo che faceva eco alla tensione palpabile all'interno dell'abitacolo. Mio fratello dormiva appoggiato alla spalla della dottoressa Rinaldi, ignaro del pericolo mortale che ci braccava da vicino. Io tenevo il sacchetto con il flacone stretto tra le mani come un amuleto protettivo, gli occhi incollati allo specchietto retrovisore dove, a intervalli regolari, riapparivano i due fari minacciosi del fuoristrada nero. «Ci stanno seguendo da almeno venti chilometri» dissi con un filo di voce, cercando di non svegliare il bambino.

L'ispettore Ferri strinse il volante con tanta forza che le nocche delle sue dita diventarono bianche come il gesso. «Lo so, Elena. Hanno agganciato il segnale del mio cellulare di servizio, nonostante io lo avessi spento. Devono aver installato una cimice di geolocalizzazione sotto il telaio della macchina prima che lasciassimo lo studio.» «E adesso che facciamo?» chiesi, sentendo il panico risalire lungo la schiena. «Non possiamo arrivare alla baita se ci braccano così da vicino.

Ci intrappoleranno nei boschi.» Ferri non rispose subito. I suoi occhi guizzavano continuamente tra la strada e lo specchietto, calcolando distanze, pendenze e margini di errore. «C'è una vecchia strada tagliafuoco, dismessa da anni e coperta dalla vegetazione, circa due chilometri più avanti, subito dopo il ponte di pietra sul fiume Leo. Spegnerò i fari all'improvviso e imboccherò la curva cieca.

Se abbiamo fortuna, loro tireranno dritto credendo che stiamo ancora scappando verso la vetta.» «E se non abbiamo fortuna?» mormorai, sentendo il cuore mancarmi in petto. «Allora combatteremo» rispose Ferri con una freddezza professionale che non ammetteva repliche, tirando fuori dalla fondina sotto la giacca la sua pistola d'ordinanza e appoggiandola sul sedile centrale.

Il tempo sembrò rallentare vertiginosamente. Contavo i secondi mentre la Panda affrontava un tornante dopo l'altro, il motore che urlava sotto sforzo. Eccolo: il vecchio ponte di pietra, avvolto da un alone spettrale di nebbia umida. Appena superata la spalla del ponte, Ferri spense bruscamente i fari e sterzò con violenza a sinistra, infilandosi in un cunicolo di rami spezzati e fango profondo che bloccò quasi all'istante le ruote anteriori.

L'auto sobbalzò violentemente, urtando contro il tronco di un faggio secolare con un tonfo sordo che fece sussultare mio fratello. Il bambino si svegliò di soprassalto, emettendo un piccolo grido di terrore che la dottoressa Rinaldi soffocò amorevolmente contro il suo petto, abbracciandolo stretto. «Tutti giù! Abbassate la testa sotto i sedili, adesso!» ordinò Ferri con voce ferma e autoritaria.

Ci rannicchiammo sul pianale dell'auto, trattenendo il respiro. Pochi secondi dopo, un rombo cupo e potente squarciò il silenzio del bosco. Il fuoristrada nero sfrecciò sulla strada principale a velocità folle, i suoi fari abbaglianti che tagliavano la nebbia come lame di luce, superando il ponte e scomparendo nel buio della montagna in direzione della vetta.

Le nostre speranze si accesero per un istante, ma svanirono rapidamente quando sentimmo il rombo del fuoristrada interrompersi bruscamente. Pochi secondi dopo, il rumore di una retromarcia inserita con violenza ci fece capire che la trappola era scattata: si erano accorti della manovra. «Sono tornati indietro» sussurrai, con la voce paralizzata dal terrore.

Ferri aprì la portiera con estrema cautela, impugnando la pistola. «Restate qui dentro. Qualunque cosa accada, non aprite a nessuno tranne che a me.» L'ispettore si dileguò nell'oscurità del bosco, inghiottito dalla nebbia e dal fitto sottobosco. I minuti trascorsero come ore infinite. Il ticchettio del motore che si raffreddava era l'unico suono che rompeva il silenzio irreale della montagna.

Poi, improvvisamente, nel buio si udì un rumore secco, inequivocabile: uno sparo. Un grido strozzato mi sfuggì dalle labbra, mentre mio fratello mi afferrava la mano con una forza disperata. La portiera della Panda si aprì di scatto, e una figura alta e scura si chinò verso l'interno dell'abitacolo. Non era Ferri. [Una mano guantata afferra il mio braccio con violenza, strappandomi di dosso il sacchetto con il flacone...]