PARTE 6: La Confessione nel Fango
Il freddo pungente del bosco appenninico mi trafisse la pelle come mille spilli mentre venivo strattonata fuori dall'abitacolo della Panda. La luce debole della torcia elettrica brandita dall'aggressore illuminava solo una porzione del terreno fangoso e i tronchi contorti dei faggi secolari. Riuscii a scorgere il volto della figura solo per un istante, illuminato di sguincchio: non era Ivano, ma un uomo robusto con il cappuccio abbassato sugli occhi, un volto anonimo che profumava di fumo di sigaretta e violenza mercenaria. «Dov'è il resto?» ringhiò l'uomo con voce roca, stringendomi il polso con una morsa d'acciaio che minacciava di spezzarmi le ossa.
Il flacone con il liquido tossico era già caduto nella sua mano guantata, strappato via dal mio giubbotto in una frazione di secondo. Ma nella mia tasca interna, nascosto sotto la fodera strappata, conservavo ancora la micro-scheda di memoria del telefono sottratto a Ivano, l'unica copia digitale integra di tutte le registrazioni audio. «Lasciala stare, bastardo!» urlò la dottoressa Rinaldi, sporgendosi dal finestrino posteriore e cercando di colpire l'aggressore con un pesante ombrello da viaggio.
Prima che l'uomo potesse reagire alla mossa della psicologa, un'ombra scura piombò su di loro dai rami bassi dell'albero. Era l'ispettore Ferri. Con una mossa fulminea, Ferri placcò l'aggressore alle spalle, scaraventandolo violentemente nel fango. Ne seguì una colluttazione feroce, sorda, fatta di respiri affannosi, colpi sferrati nel buio e il rumore del fogliame calpestato con disperazione. «Prendi il bambino e scappa verso il sentiero in salita!» gridò Ferri tra un grugnito e l'altro, mentre cercava di immobilizzare l'uomo che dimenava braccia e gambe come una bestia ferita.
Non me lo feci ripetere due volte. Afferrai per un braccio il mio fratellino, che piangeva disperato chiamando la mamma e il babbo in un delirio di paura, e ci precipitammo fuori dalla macchina, inghiottiti dal nero impenetrabile della notte tra i monti. La dottoressa Rinaldi ci seguiva a ruota, inciampando nelle radici affioranti ma trovando la forza di rialzarsi ogni volta.
Corremmo per centinaia di metri lungo un sentiero coperto di aghi di pino e fango, con il cuore in gola e i polmoni in fiamme. La nebbia sembrava stringersi attorno a noi come una morsa soffocante, cancellando ogni punto di riferimento. Non sapevamo dove stessimo andando, sapevamo solo che dovevamo allontanarci da quel luogo di morte. Alla fine, stremati e con le gambe che tremavano per lo sforzo disumano, ci rifugiammo sotto la sporgenza rocciosa di una vecchia cava abbandonata, protetti parzialmente dalla roccia e dai cespugli di rovi.
Ci rannicchiammo tutti e tre vicini, tremanti per il freddo e per lo shock. Mio fratello aveva le labbra bluastre per il gelo; gli tolsi il mio scialle di lana per avvolgergli il collo, mentre la dottoressa Rinaldi gli massaggiava le mani per riattivare la circolazione. «Stiamo bene... andrà tutto bene» ripetevo come un mantra, anche se sapevo che le nostre probabilità di sopravvivere a quella notte in montagna, senza cibo né riparo adeguato, si riducevano ora dopo ora.
Fu allora che, mentre la mia mano cercava nella tasca lacerata la scheda di memoria per assicurarmi che fosse ancora al sicuro, le mie dita toccarono qualcosa di metallico e rigido che non avevo mai notato prima. Estrassi l'oggetto alla debole luce del display del mio cellulare: era un minuscolo registratore vocale tascabile, uno di quei modelli digitali che la dottoressa Rinaldi usava spesso durante le sedute di terapia per annotare gli appunti clinici.
La dottoressa mi guardò con gli occhi spalancati nel buio. «Ma quello... quello non è il mio?» Scossi la testa, accendendo il piccolo display del registratore. C'era un file audio salvato con la data del giorno precedente, intitolato semplicemente: “Ivano - Confessione” . Con il cuore che batteva all'impazzata, premendo il tasto play, alzai al massimo il piccolo altoparlante del dispositivo e lo accostai all'orecchio mio e del mio fratellino.
La voce che uscì dalla cassa metallica era inconfondibile: era quella di Ivano, fredda, arrogante, che parlava al telefono con un interlocutore non identificato. «...Sì, ho fatto sparire la banca e ho mandato i miei uomini a ripulire la strada. Quella ragazzina pensa di aver vinto con la sua schiscetta e le sue registrazioni da quattro soldi, ma non sa che il vecchio ha firmato la donazione totale dei beni a mio favore sei mesi fa, mentre era già sotto sedativi pesanti. E se provano a denunciare l'avvelenamento, ho già pronti i medici dell'ospedale che certificheranno una morte naturale per insufficienza cardiaca senile. Nessuno potrà mai toccarmi. Modena è mia.» Il file si interruppe con un clic secco.
Rimase solo il rumore del vento tra i pini e il respiro affannoso del bambino. Avevamo la confessione completa. La prova regina che inchiodava Ivano non solo per truffa e circonvenzione d'incapace, ma per premeditazione e tentato omicidio. Ma mentre il peso di quella scoperta ci dava una forza sovrumana, un fascio di luce accecante spazzò improvvisamente il buio della cava, illuminando i nostri volti terrorizzati.
Una voce amplificata da un megafono risuonò tra le pareti di roccia della montagna: “Uscite con le mani ben visibili. Siete circondati.” [Il fascio di luce si stringe su di noi, rivelando non gli uomini di Ivano, ma le divise nere dei reparti speciali dei Carabinieri guidati dall'ispettore Ferri...]






