Il Silenzio delle Pareti
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Il Silenzio delle Pareti

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PARTE 4: Il Messaggio dall'Ombra

Il display del cellulare vibrava ritmicamente contro la stoffa del mio giubbotto, un ronzio sordo che sembrava scandire il battito del mio cuore impaurito. Con mani tremanti, tirai fuori l'apparecchio mentre l'ispettore di polizia, Marco Ferri, osservava la scena con un cipiglio severo. Sullo schermo nero, illuminato da una luce fredda, campeggiava un unico messaggio proveniente da un numero sconosciuto: “Siete come topi in una gabbia di vetro. So dove avete nascosto il flacone. Consegnatelo entro mezzanotte o il bambino pagherà il prezzo del vostro silenzio.” Un urlo strozzato mi morì in gola.

Fissai il piccolo schermo, incapace di distogliere lo sguardo da quelle parole che sapevano di condanna a morte. Come faceva Ivano a sapere del flacone? Come poteva essere a conoscenza di ogni nostro singolo spostamento, se eravamo appena arrivati nello studio blindato di un avvocato e sotto la protezione di un ispettore di polizia? «Che succede?» chiese l'ispettore Ferri, intuendo immediatamente il mio terrore dal pallore improvviso del mio viso.

Gli porsi il telefono senza dire una parola. Ferri lesse il messaggio, e i suoi occhi scuri si strinsero in due fessure taglienti come lame. Un muscolo della sua mascella si contrasse violentemente. «C'è una fuga di notizie» mormorò l'avvocato Moretti, alzandosi in piedi con una lentezza innaturale, quasi schiacciato dal peso della rivelazione. «Significa che la talpa non è solo nei dintorni... la talpa è all'interno delle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerci.» La stanza sembrò rimpicciolirsi d'improvviso.

Le pareti di legno scuro, i libri ordinati sugli scaffali, la luce grigia della nebbia modenese che filtrava dai vetri: tutto sembrava cospirare contro di noi. Guardai verso il divanetto dove il mio fratellino continuava a dormire ignaro di tutto, protetto dal sonno dell'innocenza. L'idea che qualcuno potesse fargli del male, che potesse toccarlo anche solo con un dito, accese dentro di me una rabbia primordiale, feroce, capace di cancellare ogni residuo di paura. «Non glielo permetterò» dissi, e la mia voce non tremava più.

Era fredda, dura come il marmo della cucina da cui eravamo fuggiti. Ferri mi guardò con un misto di rispetto e profonda preoccupazione. «Ascoltami bene, Elena. Ivano è un manipolatore psicopatico, ma ha anche una rete di coperture politiche ed economiche che si estende fino ai piani alti della procura di Bologna. Se restiamo qui a Modena, rischiamo di finire in una trappola mortale.

Dobbiamo muoverci adesso, prima che lui attivi i suoi contatti ufficiali per spiccicare un mandato di cattura nei nostri confronti con l'accusa assurda di rapimento di minore.» «Rapimento? Ma noi siamo i suoi fratelli!» esclamai indignata, facendo un passo avanti. «Per la legge, finché la tutela legale non viene formalmente revocata da un giudice terzo — e finora i giudici locali sono stati ampiamente influenzati dalle tangenti di Ivano — lui ha ancora la patria potestà su di voi» spiegò l'avvocato Moretti con tono professionale ma disperato. «In teoria, per lo Stato, siete voi i fuggitivi.» La realtà dei fatti ci colpì con la forza di uno tsunami.

Non eravamo i coraggiosi eroi di una spy story cinematografica; eravamo due ragazzi disarmati braccati da un predatore spietato che poteva contare su denaro, corruzione e compiacenze istituzionali. «Ho una proprietà isolata sull'Appennino tosco-emiliano» disse d'improvviso l'ispettore Ferri, estraendo le chiavi dalla tasca del cappotto e posandole sulla scrivania. «Una vecchia baita di famiglia, senza telecamere, senza segnale telefonico stabile, nascosta tra i boschi sopra Fanano.

Nessuno sa che esiste, nemmeno i miei colleghi più stretti. Lì sarete al sicuro il tempo necessario per far analizzare il flacone da un laboratorio universitario a Firenze.» Guardai la dottoressa Rinaldi in cerca di approvazione. La psicologa annuì lentamente, stringendomi una mano. «È l'unica via d'azione sensata, Elena. Dobbiamo rischiare. Restare qui significa firmare la nostra condanna a morte.» «Va bene» dissi, voltandomi verso mio fratello che iniziava a stiracchiarsi e ad aprire gli occhi assonnati. «Andiamo.» Ci muovemmo in un silenzio tombale.

Lasciammo lo studio dal retro, attraverso una scala di servizio che dava su un vicolo cieco buio e fangoso, mentre la pioggia continuava a cadere fitta, lavando le strade di una Modena indifferente al nostro dramma. Salimmo sulla Fiat Panda grigia dell'ispettore Ferri, un'auto anonima che si mimetizzaitra le centinaia di utilitarie parcheggiate lungo i viali della circonvallazione.

Mentre ci allontanavamo dalla città, superando i cartelli stradali che indicavano la direzione per la montagna, mi voltai un'ultima volta a guardare lo specchietto retrovisore. Nei fari della nostra auto, riflesso nella pozzanghera, vidi per un attimo il profilo di un fuoristrada nero che ci seguiva a distanza di sicurezza, con i fari rigorosamente spenti. [Il motore della nostra auto tossisce sinistramente mentre imbocchiamo la strada di montagna, e la nebbia si fa così densa da azzerare la visibilità...]