PARTE 11: L'Ultimo Confronto dietro le Sbarre
La sala colloquio del carcere di massima sicurezza di Modena odorava di disinfettante acre, umidità e un silenzio pesante, quasi irreale. Le pareti di cemento grigio chiaro, protette da doppie finestre con grate di ferro battuto, sembravano stringersi attorno a me come una morsa invisibile. Seduta su una sedia di plastica rigida dall'altra parte del tavolo divisorio di sicurezza, fissavo il vetro blindato che mi separava dall'uomo che aveva distrutto la nostra famiglia.
La porta sul lato opposto si aprì con un rumore sordo di chiavi e catene. Due guardie carcerarie scortarono Ivano all'interno della saletta. Non c'era più nulla del dandy sicuro di sé, del padrone impeccabile che aveva regnato incontrastato nella nostra cucina. Indossava la tuta arancione standard dei detenuti, i suoi capelli erano radi e arruffati, e il suo viso mostrava solchi profondi di stanchezza, rabbia repressa e disperazione.
Si sedette pesantemente sulla sedia di plastica, fissandomi con quegli stessi occhi freddi e calcolatori che per anni avevo imparato a temere. Prese la cornetta del citofono fissata al muro. Feci altrettanto, portando l'apparecchio all'orecchio. La sua voce gracchiante uscì dall'altoparlante con un tono che cercava di mantenere un'inutile arroganza. «Sei venuta qui a goderti il mio spettacolo, ragazzina?» esordì Ivano, con un ghigno amaro dipinto sulle labbra sottili. «Pensi di aver vinto, vero?
Pensi che mandando me in galera e arrestando Benvenuti tutto torni come prima?» Mantenni la voce perfettamente calma, fredda, priva di quella paura che un tempo mi avrebbe paralizzato le labbra. «Non sono qui per trionfare, Ivano. Sono qui perché voglio guardarti negli occhi e farti capire una cosa semplice: hai perso. La verità è venuta a galla, papà si è risvegliato, e la tua maschera è andata in pezzi per sempre.» Ivano digrignò i denti, stringendo la cornetta con tanta forza che le nocche delle sue mani si fecero bianche.
Per un istante, il suo sguardo si velò di pura furia cieca. «Tu non capisci niente! Quella casa, quei soldi... io li ho guadagnati sul campo, ho gestito tutto quando vostro padre era solo un vegetale inutile che non sapeva più intendere né volere! Voi eravate solo dei mocciosi viziati che non sapevano cosa significasse mandare avanti un'azienda!» «Tu hai rubato, hai drogato nostro padre e hai cercato di distruggere le nostre vite» risposi senza scompormi, scandendo ogni singola parola con precisione chirurgica. «E adesso pagherai ogni singolo crimine davanti a un giudice.
Non ci sono più passaggi segreti, non ci sono più soci corrotti che possano salvarti.» Ivano rimase in silenzio per qualche secondo. Il suo petto si alzava e abbassava rapidamente in un respiro affannoso. Poi, improvvisamente, le sue spalle si afflosciarono, come se l'ultima corazza di orgoglio fosse finalmente crollata sotto il peso schiacciante della realtà. «Il giudice chiederà vent'anni» mormorò Ivano, con la voce che per la prima volta tradiva un briciolo di autentico terrore. «I miei avvocati dicono che non c'è via d'uscita.
Benvenuti ha confessato tutto per pararsi le spalle.» «Esattamente» dissi, posando lentamente la cornetta sul supporto. «Buona permanenza, Ivano. Goditi il silenzio delle pareti.» Mi alzai in piedi, senza voltarmi indietro, e uscii dalla saletta colloquio mentre lui restava lì, immobile, imprigionato nella gabbia che si era costruito da solo con la sua stessa avarizia e crudeltà.
Fuori dal carcere, l'aria fresca e frizzante di Modena mi accolse come un abbraccio liberatorio. L'ispettore Ferri mi aspettava accanto alla sua auto, con un sorriso gentile stampato sul volto. «Tutto bene?» mi chiese aprendomi lo sportello. «Tutto benissimo, ispettore» risposi, respirando a pieni polmoni. «Adesso possiamo davvero tornare a casa.» [Mentre l'auto si dirige verso la nostra vecchia casa di famiglia, un sole tiepido buca la nebbia autunnale, illuminando la strada del nostro nuovo inizio...]






