Il Silenzio delle Pareti
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Il Silenzio delle Pareti

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PARTE 10: Il Volto Nascosto del Tradimento

La luce fioca di una singola lampadina a sospensione dgiva un'atmosfera spettrale a quel capannone industriale dismesso. Al centro della stanza gelida, nostro padre sedeva legato a una sedia di metallo, il viso pallido e segnato dalla stanchezza, ma con gli occhi finalmente vigili e carichi di una rabbia lucida. Di fronte a lui, appoggiato a un tavolo di legno coperto di attrezzi arrugginiti, c'era un uomo elegante, con un cappotto sartoriale che strideva con la miseria circostante.

Non era Ivano. Era il dottor Benvenuti, il primario associato del reparto di neurologia dell'ospedale, l'uomo che per mesi aveva sorriso falsamente ai nostri occhi promettendoci che stavano facendo di tutto per curare nostro padre. Il sangue mi si gelò nelle vene. Il complice interno non era un infermiere qualunque o un amministrativo corrotto: era il braccio medico destro di Ivano, colui che aveva firmato le false diagnosi di coma irreversibile e che aveva gestito i farmaci letali. «Vedi, vecchio mio» stava dicendo il dottor Benvenuti con voce calma, quasi suadente, portando il bicchiere di whisky alle labbra, «potevi restare nel tuo bel sonno tranquillo e lasciare che le cose seguissero il loro corso naturale.

Invece hai voluto svegliarti, rovinando i piani di anni di lavoro meticoloso. Sai quanto costa corrompere mezza procura e tre periti clinici? Ivano ha fatto i suoi calcoli, ma tu e tua figlia avete voluto fare i piccoli eroi.» Nostro padre emise un grugnito sordo, cercando di divincolarsi dai legacci che gli stringevano i polsi, ma le sue forze erano ancora troppo scarse per opporre una vera resistenza.

Riuscì tuttavia a sputare sul pavimento ai piedi del medico, con uno sguardo di profondo disprezzo. «Sei solo un mercenario in camice bianco» gracchiò nostro padre con voce roca ma ferma. «Hai venduto il giuramento di Ippocrate per quattro soldi sporchi.» Il sorriso sulle labbra di Benvenuti svanì all'istante, sostituito da una smorfia di fredda crudeltà.

Posò il bicchiere sul tavolo con violenza, facendo tintinnare il vetro. Estrasse dalla tasca interna della giacca una siringa pre-riempita con un liquido trasparente, minaccioso nella sua semplicità asettica. «Hai ragione, sono un mercenario» rispose il medico con un ghigno glaciale. «E questo è il farmaco che ti farà addormentare per sempre. Questa volta senza risveglio, senza miracoli e senza fastidi giudiziari.

Una bella insufficienza cardiaca fulminante, certificata da me medesimo.» Misi una mano davanti alla bocca per trattenere un urlo disperato. Il mio corpo tremava violentemente. Guardai l'ispettore Ferri accanto a me: i suoi occhi erano concentrati, la pistola ben salda tra le mani, ma stava calcolando la distanza e i rischi. Se avessimo fatto irruzione in quel preciso istante, Benvenuti avrebbe avuto il tempo di iniettare il veleno a nostro padre prima che potessimo fermarlo.

Dandogli le spalle, Benvenuti si avvicinò lentamente a nostro padre, afferrandogli il braccio sinistro e sollevando la manica del pigiama ospedaliero per trovare una vena pulita. «Ora» sussurrò Ferri, facendo un cenno deciso con la testa. Non aspettai un secondo di più. Con un balzo in avanti, spinsi la porta di ferro facendola sbattere violentemente contro il muro con un boato fragoroso che rimbombò in tutto il capannone. «Fermo dove sei, Benvenuti!

Butta quella siringa o ti sparo!» urlò l'ispettore Ferri, avanzando con l'arma puntata dritta al petto del medico. Benvenuti si bloccò di colpo, con la siringa a pochi centimetri dal braccio di nostro padre. Per un attimo sembrò indeciso, i suoi occhi guizzavano freneticamente tra la canna della pistola di Ferri e la porta d'ingresso. Il terrore e la rabbia si mescolarono sul suo volto. «Non fatelo!

Se mi arrestate, nessuno vi dirà dove Ivano ha nascosto i titoli di proprietà originali e i conti esteri!» urlò il medico, cercando di guadagnare tempo. «Non me ne frega niente dei suoi soldi!» urlai io, correndo avanti e gettandomi ad abbracciare mio padre, liberando immediatamente i suoi polsi dai nodi stretti delle corde con l'aiuto di un coltellino tascabile che Ferri mi aveva allungato al volo. «Papà!

Stai bene?» Nostro padre mi strinse forte a sé, respirando a fatica ma con un sorriso luminoso sul volto. «Sì, tesoro... sto bene. Sapevo che sareste arrivati.» L'ispettore Ferri si avvicinò a grandi passi a Benvenuti, gli afferrò il braccio con forza e gli torse la mano fino a fargli cadere la siringa di mano, che andò frantumandosi sul cemento con un suono secco.

In un istante, le manette scattarono ai polsi del medico corrotto, che fu spinto violentemente contro il tavolo di ferro. «Dottor Benvenuti, è in arresto per concorso in tentato omicidio, rapimento e associazione a delinquere» recitò Ferri con voce ferma, leggendogli i diritti con la freddezza di chi ha visto troppe volte il fondo dell'animo umano.

Mentre i rinforzi della polizia arrivavano a sirene spiegate, illuminando il capannone con una miriade di luci blu, sentii che la tempesta stava finalmente volgendo al termine. Ma sapevo perfettamente che finché Ivano non fosse stato condannato in via definitiva, la nostra libertà non sarebbe stata completa. [Il telefono dell'ispettore Ferri squilla all'improvviso: dal comando centrale comunicano che Ivano, sentendosi braccato, ha chiesto di parlare un'unica persona prima del processo: me...]