parte 14: L'imboscata finale e il crollo dell'impero di menzogne
Prima che l'uomo con la cicatrice potesse premere il grilletto o trascinarci fuori dall'abitacolo, un boato assordante ruppe il silenzio spettrale del vicolo. Decine di agenti in borghese della squadra mobile di Novara sbucarono da ogni angolo, saltando fuori dai container e circondando completamente il vicolo con le armi spianate e le sirene spiegate che cominciavano a ululare all'unisono.
"Polizia! Gettate le armi a terra e mettetevi con le mani sulla testa! Siete tutti in arresto!" gridò il commissario Moretti avanzando con decisione in prima linea, protetto da un giubbotto antiproiettile. I due malviventi tentarono goffamente di reagire, ma vennero atterrati e immobilizzati sull'asfalto bagnato nel giro di pochissimi secondi, con le manette che scattavano metalliche e implacabili ai loro polsi.
Lidia urlò disperatamente, crollando in ginocchio nel fango e aggrappandosi alla giacca di un agente che la ignorò completamente, mentre Beatrice cercava di darsi alla fuga a piedi ma veniva prontamente bloccata contro il muro dell'officina dismessa. Marco scese dall'auto, mi strinse forte a sé, e insieme guardammo la scena con un senso di liberazione immensa che ci lavava via di dosso anni di soprusi, ricatti e menzogne familiari.
Il commissario Moretti si avvicinò a noi con un cenno rispettoso, stringendo la mano a mio marito e confermando che l'intera banda era stata sgominata grazie alle prove audio e video che avevo registrato e trasmesso in tempo reale. L'incubo era finalmente finito per sempre, e la giustizia aveva ristabilito la verità dei fatti.






