Parte 6
La spia luminosa sul pannello di servizio sopra le nostre teste non era una delle solite segnalazioni di routine; brillava di un rosso vivo e pulsante, accompagnata da un ronzio elettronico intermittente che faceva gelare il sangue. Robert, che stava ancora stringendo tra le mani il taccuino compromettente di Elena Petrova, sollevò bruscamente la testa verso il soffitto, mentre l'interfono riprese a gracchiare con la voce concitata del primo ufficiale.
«Robert! Abbiamo un problema critico in cabina di pilotaggio!», gridò il copilota, la voce sovrastata da un rumore di fondo metallico e continuo. «Il sistema di navigazione principale ha appena registrato un'anomalia nei codici di transponder secondari. Qualcuno ha inserito una sequenza di override manuale dal terminale di servizio di cabina anteriore. I nostri sistemi di comunicazione satellitare sono stati isolati!»
Il capo cabina sgranò gli occhi, sbiancando di colpo. «Isolati? Ma com'è possibile? Il terminale anteriore è accessibile solo al personale autorizzato o...»
Robert si bloccò all'istante, e lentamente girò lo sguardo verso la donna ancora immobilizzata sul pavimento. Elena Petrova, nonostante le fascette di plastica che le stringevano i polsi e la posizione scomoda, stava abbozzando un sorriso inquietante, mostrando i denti in una smorfia di trionfo silenzioso. Nei suoi occhi non c'era più traccia di panico o disperazione; c'era solo la fredda consapevolezza di chi aveva già messo in moto un meccanismo inarrestabile.
«Maledizione!», imprecò Robert, lanciandosi di corsa lungo il corridoio in direzione della prima classe e della cabina di pilotaggio, seguito a ruota dall'assistente di volo Miller.
La tensione nella cabina dell'aereo raggiunse livelli parossistici. I passeggeri, che avevano appena tirato un sospiro di sollievo credendo che la minaccia fosse stata neutralizzata, compresero che il pericolo era ora molto più grande e imminente. Qualcuno iniziò a piangere sommessamente, mentre altri cercavano disperatamente di guardare fuori dai finestrini, dove la fitta coltre di nuvole grigie impediva di scorgere qualsiasi punto di riferimento a terra.
Io strinsi Oliver ancora più forte contro il mio petto, cercando di trasmettere al neonato una calma che in quel momento mi sembrava impossibile da mantenere. Emma, invece, si era alzata completamente in piedi sul sedile della fila quattordici, scrutando con attenzione maniacale ogni dettaglio attorno a noi, come se il suo piccolo cervello stesse elaborando un puzzle complesso.
«Mamma», disse Emma con voce ferma, indicando il piccolo monitor touch screen integrato nello schienale del sedile di fronte, quello solitamente utilizzato per i film o la mappa di volo. «Guarda lo schermo. Non sta più trasmettendo la posizione GPS. C'è una schermata nera con un timer in corso.»
Abbassai lo sguardo sul monitor. Aveva ragione. Sfondo nero, nessun film, nessuna mappa, solo una scritta in caratteri digitali bianchi che segnava un conto alla rovescia inesorabile: 00:14:59 e in calce una stringa di codice alfanumerico identica a quella trovata sul taccuino di Elena Petrova.
«Che cos'è questo, Emma?», chiesi con un filo di voce, sentendo il cuore martellarmi nel petto come un tamburo impazzito.
«Non lo so con precisione, mamma», rispose la bambina, mordendosi il labbro inferiore con concentrazione. «Ma quando quella donna si è seduta al nostro posto prima del decollo, l'ho vista digitare rapidamente qualcosa sul bracciolo, dove c'è la presa di servizio USB nascosta sotto lo sportellino. Aveva una piccola chiave USB dorata tra le dita.»
Un brivido freddo mi percorse la schiena. La violazione non riguardava soltanto un posto aereo rubato o un documento falso; c'era una minaccia tecnologica attiva a bordo, e quel conto alla rovescia stava inesorabilmente scorrendo verso lo zero, mentre l'aereo continuava a volare nel cielo cieco e tempestoso.






