Parte 4
Lo schermo del lettore portatile nelle mani di Robert continuava a lampeggiare con un rosso intermittente e insistente, emettendo brevi bip acustici che sembravano scandire il conto alla rovescia di una bomba a orologeria. La turbolenza, sebbene stesse iniziando a diminuire d'intensità, lasciava ancora l'aereo in un'oscillazione costante che rendeva difficile rimanere in piedi senza un appoggio sicuro.
Robert sollevò lo sguardo dal display, fissando la donna con un misto di sconcerto e profonda preoccupazione. Le rughe sulla sua fronte si fecero più profonde mentre premeva il tasto di trasmissione rapida per collegarsi direttamente con la cabina di pilotaggio.
«Comandante, qui Robert. Abbiamo un'emergenza di sicurezza a bordo, settore centrale. Il sistema di riscontro biometrico ha appena segnalato una corrispondenza positiva con un mandato di allerta internazionale attivo. Ripeto, un mandato attivo.»
Dall'altoparlante della cabina giunse una voce roca e tesa, quella del comandante in prima persona: «Robert, sei sicuro? Spiega immediatamente la situazione. Siamo in pieno spazio aereo controllato, lontani da qualsiasi scalo di emergenza intermedio».
Prima che Robert potesse replicare, la donna scattò in piedi con un movimento fulmineo, spintonando violentemente l'assistente di volo Miller e cercando di farsi largo verso la parte anteriore dell'aeromobile, urlando frasi sconnesse in una lingua che sembrava un misto di slavo e inglese maccheronico. La sua maschera di compostezza era del tutto svanita, lasciando spazio alla furia disperata di un animale braccato.
«Fermatela! Non fatela muovere!», gridò Emma con una forza inaspettata, indicando la direzione in cui la fuggitiva si stava lanciando.
Senza pensarci due volte, un passeggero robusto seduto alla fila undici, un uomo alto con l'aspetto di un ex rugbista, tese le braccia al momento giusto e placcò la donna per le spalle, facendola cadere rovinosamente sul pavimento coperto di moquette. La borsa e gli altri oggetti scivolarono ancora più lontano, mentre Miller e Robert le saltarono addosso per immobilizzarla definitivamente, legandole i polsi con le fascette di plastica di sicurezza in dotazione d'emergenza.
«Stase calmi, per favore, rimanete tutti ai vostri posti! La situazione è sotto controllo!», annunciò Robert con il fiatone, mentre cercava di rimettersi in piedi e sistemarsi la cravatta storta.
Io trattenni il respiro, stringendo ancora più forte il piccolo Oliver contro il petto. Il neonato aveva finalmente aperto gli occhi, disorientato da quel frastuono, ma fortunatamente non pianse; si limitò a fissare la luce intermittente della cabina con un'espressione di infantile curiosità. Mi voltai verso Emma, che era rimasta immobile accanto al sedile conteso, con le mani ancora strette attorno alle cinghie del suo zainetto scolastico.
«Stai bene, tesoro?», le chiesi con un fil di voce, mentre le lacrime di tensione minacciavano di rigarmi il viso.
Emma annuì lentamente, poi si chinò per raccogliere l'ultimo oggetto rimasto a terra: un piccolo taccuino di cuoio nero con le pagine fitte di appunti scritti a mano e frecce che collegavano nomi, date e codici di volo. Lo aprì con cautela, sfogliando le prime pagine sotto lo sguardo curioso dei passeggeri vicini.
«Mamma», sussurrò Emma con un tono che fece accapponare la pelle. «Guarda qui. Non c'è solo il mio sedile segnato. C'è un elenco di tutti i voli in partenza da Milano oggi pomeriggio, con i nomi di decine di bambini non accompagnati e famiglie con neonati cerchiati in rosso.»
Il gelo calò nuovamente nella cabina. Quel volo non era una semplice coincidenza sfortunata. Quella donna non si era limitata a rubarci il posto per un capriccio di comodità; c'era un disegno molto più oscuro e inquietante dietro la sua presenza a bordo, e mia figlia, con la sua incredibile attenzione ai dettagli, aveva appena scoperchiato il vaso di Pandora.






