Parte 3
Il violentissimo scossone colse l'intera cabina di sorpresa. L'aereo parve improvvisamente fermarsi a mezz'aria per poi precipitare in una voragine d'aria invisibile, facendo volare via riviste, bicchieri di plastica e borse non assicurate dai vani superiori. Un coro di urla spaventate silevò da ogni angolo del velivolo, mentre le maschere di ossigeno gialle pendevano d'improvviso dai pannelli di servizio sopra le nostre teste come serpenti di gomma.
«Allacciate le cinture! Rimanete seduti! Questa è una turbolenza severa!», tuonò la voce metallica del comandante attraverso il sistema di diffusione sonora, interrotta da interferenze statiche e fruscii assordanti.
Nel bel mezzo del caos generale, la situazione attorno al posto contestato si trasformò in una scena surreale. La donna che aveva usurpato il nostro sedile, persa la sua finta sicurezza a causa della scossa improvvisa, perse l'equilibrio e scivolò rovinosamente in avanti, urtando con la spalla il bracciolo e facendo cadere a terra la borsa di pelle che custodiva gelosamente.
La cerniera principale cedette di schianto, e dal suo interno fuoriuscì una cascata di oggetti che si sparsero lungo il corridoio: tessere magnetiche di riconoscimento aziendale, passaporti con diverse generalità, mazzette di banconote legate con elastici di gomma e, soprattutto, un piccolo dispositivo elettronico nero, simile a uno scanner portatile per codici a barre, che emetteva una flebile luce lampeggiante di colore rosso.
Emma, che si era prontamente aggrappata al montante del sedile di fronte per non cadere durante la bufera, fissò quegli oggetti con gli occhi sgranati. Non era la borsa di una normale viaggiatrice in cerca di un po' di comfort; era l'equipaggiamento tipico di chi sapeva esattamente come manipolare i sistemi di imbarco automatizzati degli aeroporti internazionali.
«Non toccateli! Sono miei! Lasciateli stare!», urlò la donna, isterica, dimenticandosi completamente del decoro e cercando di gattonare sul pavimento moquette tra le gambe dei passeggeri spaventati per recuperare quel materiale compromettente.
Ma l'assistente di volo Miller non glielo concesse. Con un guizzo felino, si inginocchierà bloccando la borsa con un piede e coprendo con le mani il dispositivo lampeggiante, mentre il capo cabina – un uomo alto e robusto di nome Robert, con i gradi dorati sulle spalle – sopraggiunse barcollando lungo il corridoio, lottando contro il beccheggio dell'aereo.
«Che diavolo sta succedendo qui? Miller, situazione sotto controllo?», urlò Robert per sovrastare il boato dei motori e il vento che fischiava all'esterno della fusoliera.
«Capo cabina, abbiamo una violazione grave dei protocolli di sicurezza e, credo, qualcosa di molto più grosso», rispose Miller, indicando con un cenno del capo gli oggetti sparsi a terra e la bambina in piedi accanto a loro. «Questa passeggera ha occupato abusivamente un posto e possiede materiale non autorizzato collegato ai terminali di controllo dell'aeroporto di partenza.»
La donna, con i capelli scompigliati e il trucco colato per il panico e il sudore, cercò disperatamente di rialzarsi, inveendo contro tutti. «Voi non sapete chi sono io! Vi farò perdere il lavoro! Vi denuncerò alla direzione generale dell'aviazione civile! Lasciatemi andare al mio posto! Quella mocciosa mi ha incastrata!»
Mentre cercavo di mantenere la calma stringendo a me il piccolo Oliver, che continuava a dormire beatamente cullato da quel frastuono incredibile, guardai mia figlia Emma. La bambina non aveva paura; i suoi occhi brillavano di una luce intelligente e risoluta. Si chinò rapidamente, raccogliendo una delle tessere che erano scivolate vicino alle sue scarpe da ginnastica. Era un tesserino magnetico con una foto formato tessera della donna, ma il nome stampato sopra non corrispondeva affatto a quello pronunciato al momento del check-in.
Robert si avvicinò barcollando, afferrò la tessera dalle mani di Emma e la passò rapidamente sul lettore portatile che teneva nella tasca della giacca. Il piccolo schermo emise un suono acuto di allarme: una spia rossa lampeggiò furiosamente, accompagnata da una scritta in lettere cubitali che fece impallidire persino il esperto capo cabina.
Il sistema di bordo aveva appena rilevato un'anomalia critica legata a quel profilo. E la vera identità della donna a bordo stava per essere svelata nel modo più drammatico possibile.






