Parte 10
La forza di gravità sembrò raddoppiare all'improvviso, schiacciandoci pesantemente contro i sedili mentre l'aereo tirava fuori il muso dalla picchiata mortale e riprendeva quota con una manovra tanto brusca quanto precisa. Un grido di stupore misto a sollievo generale si diffuse tra i passeggeri della cabina, mentre molti iniziavano ad applaudire istericamente, incapaci di contenere la tensione accumulata in quei minuti interminabili.
Io chiusi gli occhi per un secondo, ringraziando Dio con tutto il cuore e stringendo Oliver così forte che il neonato borbottò un piccolo lamento di protesta prima di riaddormentarsi, protetto dal calore del mio corpo. Dalla cabina di pilotaggio aperta provenivano i ticchettii frenetici dei tasti e la voce limpida di Emma che continuava a impartire istruzioni tecniche a Robert, il quale eseguiva ogni comando con la precisione di un assistente devoto.
«Altimetro stabilizzato a novemila metri, virata completata verso la rotta originale di Londra», annunciò Emma con un tono di voce professionale che non tradiva la minima emozione di terrore. «I motori rispondono regolarmente ai comandi manuali. L'autopilota di riserva è stato riattivato con successo.»
Robert emise un lunghi sospiro di sollievo, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. Si voltò verso la bambina con un'espressione di assoluta venerazione mista a sconcerto. «Incredibile... Non ci posso credere. Hai salvato le vite di oltre centocinquanta persone, ragazzina. Sei... sei un genio assoluto.»
Emma accennò appena un piccolo sorriso, scuotendo la testa. «Non sono un genio, signore. Ho solo fatto quello che mi ha insegnato mio padre prima che... beh, prima che partisse per il suo ultimo volo di lavoro.»
Le parole di Emma mi trafissero il cuore come una lama sottile. Pensai a suo padre, un pilota collaudatore che ci aveva lasciati troppo presto, e a quanto orgoglioso sarebbe stato in quel momento vedendo sua figlia applicare con tanta perfezione le lezioni e i simulatori che lui stesso le aveva fatto amare fin da quando era piccolissima.
Ma mentre la situazione a bordo sembrava essersi finalmente stabilizzata e la cabina respirava un'aria di tregua, dalla parte posteriore della fusoliera giunse un rumore improvviso e metallico che fece svanire ogni illusione di quiete.
Elena Petrova, che era rimasta dimenticata e immobilizzata sul pavimento della fila nove, era riuscita in qualche modo a liberare parzialmente un braccio dalle fascette di plastica di sicurezza, grazie anche alla confusione generale e al movimento della turbolenza precedente. Con un balzo felino e scoordinato, la donna si era trascinata fino al pannello di servizio dell'uscita di emergenza centrale, afferrando con le dita la grossa leva di sblocco manuale del portellone principale.
«Fermi tutti! Se vi avvicinate, apro il portellone e facciamo una fine tutti quanti!», urlò la donna con la voce roca e distorta dalla rabbia folle, mentre le sue dita tiravano con forza la pesante barra di sicurezza che tratteneva la pressione della cabina.






