PARTE 9: L'INTERROGATORIO IN QUESTURA
Due giorni dopo il risveglio di mia figlia, fui convocata in questura per una deposizione ufficiale davanti al magistrato titolare delle indagini. Lasciai la bambina affidata alle cure amorevoli di un'infermiera pediatrica di fiducia e mi diressi verso il palazzo di giustizia scortata da un'assistente sociale. L'edificio appariva imponente, con la sua facciata in pietra grigia e le finestre sbarbate che sembravano giudicare chiunque varcasse la soglia d'ingresso. L'aria all'interno era densa di tensione, intrisa dell'odore di inchiostro fresco, caffè e vecchi fascicoli impilati sui banconi della reception.
Fui fatta entrare in una stanza austera, illuminata da lampade al neon che sfarfallavano leggermente. Dietro una lunga scrivania di legno massello sedeva il pubblico ministero, un uomo sulla cinquantina con i capelli brizzolati e lo sguardo tagliente come una lama di rasoio. Accanto a lui, un tecnico registrava ogni singola parola su un supporto digitale. Mi fu chiesto di sedermi sulla sedia di fronte e di ripetere, nei minimi dettagli, tutto ciò che ricordavo della mattina dell'incidente, dei comportamenti di Marco, delle sue abitudini negli ultimi mesi e di qualsiasi dettaglio che potesse far luce sui moventi di quel gesto folle.
Iniziai a parlare con voce tremante ma via via sempre più ferma. Raccontai delle telefonate perse, dei conti in rosso che avevo scoperto per caso nei cassetti dello studio, delle strane frequentazioni che Marco cercava di nascondere dietro la scusa di riunioni di lavoro notturne. Raccontai di quella mattina, della banana sul seggiolone, della tazza blu che la bambina pretendeva di usare, e di come lui mi fosse apparso stranamente freddo, distaccato, quasi ansioso che io uscissi di casa al più presto per restare solo con lei. Ogni parola che pronunciavo era un macigno che cadeva sul tavolo, un tassello che si incastrava perfettamente nel mosaico dell'orrore.
Il magistrato ascoltava in silenzio, annuendo di tanto in tanto e prendendo appunti con una penna stilografica nera. Ogni tanto mi interrompeva per chiedermi chiarimenti su date specifiche o su transazioni economiche particolari. Era evidente che la pista principale non riguardava soltanto un raptus momentaneo di stanchezza, ma un disegno più complesso legato a pressioni esterne, debiti di gioco e forse persino a minacce estorsive da parte di usurai a cui Marco si era rivolto in segreto per ripianare le perdite disastrose delle sue speculazioni finanziarie.
Alla fine della deposizione, che durò quasi tre ore, il magistrato chiuse il fascicolo con un tonfo sordo che fece sussultare il registratore. Mi guardò dritto negli occhi e, con un tono che questa volta conteneva una sfumatura di sincera compassione, disse: «Signora Rossi, ha dimostrato un grande coraggio oggi. Quello che ci ha raccontato conferma che suo marito non ha agito solo in un momento di blackout emotivo, ma si trovava all'angolo di una spirale autodistruttiva da cui ha cercato di uscire scaricando la propria frustrazione sulla persona più in difesa che aveva accanto».
Uscii da quella stanza con la sensazione di aver lasciato un pezzo della mia anima tra quelle quattro mura, ma anche con la consapevolezza che la verità stava finalmente venendo a galla.
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