PARTE 5: IL TRASFERIMENTO NEL REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA
Mentre Marco veniva portato via attraverso un'uscita di sicurezza secondaria, lontano dai flash e dagli sguardi indiscreti dei corridoi principali, io fui finalmente autorizzata a riavvicinarmi a mia figlia. I medici l'avevano trasferita nel reparto di terapia intensiva pediatrica, un luogo ovattato dove il tempo sembrava essersi fermato e l'unico suono udibile era il ticchettio ritmico dei monitor cardiaci. L'odore di disinfettante era così forte da pizzicare il naso, ma per me quell'ambiente sterile rappresentava l'unico rifugio sicuro in un universo che si era improvvisamente sgretolato.
Entrai nella stanza indossando il camice sterile e i copriscarpe azzurri che l'infermiera mi aveva consegnato con un cenno compassionevole. Mia figlia giaceva immobile nel lettino d'ospedale, quasi sommersa dai tubi trasparenti e dai cavi dei sensori attaccati al suo petto minuto. La sua testolina era leggermente girata di lato, e su una guancia c'era un piccolo livido violaceo che prima non avevo notato, nascosto tra i capelli. Mi avvicinai lentamente, trattenendo i singhiozzi per non spaventarla ulteriormente, anche se sapevo che in quel momento il suo sonno era profondo, artificialmente indotto dai farmaci per proteggere il suo cervello da eventuali danni permanenti.
Presi la sua manina tra le mie dita. Era così piccola, così fragile rispetto alla grandezza della tragedia che l'aveva travolta. Le accarezzai il dorso della mano, sussurrandole parole d'amore e di promesse che in quel momento mi sembravano incredibilmente vane. Le promisi che l'avrei protetta da tutto, che non avrei mai più permesso a nessuno di farle del male, anche se dentro di me sapevo che la mia colpa più grande era stata quella di non aver capito prima chi avevamo in casa. La cecità dell'amore coniugale mi aveva impedito di vedere i segnali premonitori, i cambi d'umore improvvisi, la deriva oscura in cui Marco si era lasciato trascinare.
Il medico di turno, un uomo anziano con i capelli grigi e lo sguardo stanco di chi ne aveva viste troppe, entrò silenziosamente nella stanza. Si fermò ai piedi del letto, guardando i monitor per qualche secondo prima di rivolgere la sua attenzione a me. «I valori si sono stabilizzati», disse a bassa voce, cercando di infondermi un briciolo di speranza. «Le prossime ventiquattro ore saranno decisive per capire l'entità dei danni neurologici. Ma la bambina è forte, signora Rossi. Ha reagito meglio di quanto ci aspettassimo».
Anuii meccanicamente, senza riuscire a proferire parola. La mia mente era ormai divisa in due: da una parte c'era l'ansia lacerante per la salute di mia figlia, dall'altra l'ombra fredda della burocrazia giudiziaria che stava per abbattersi su di noi. Fuori da quella porta c'era un mondo che non riconoscevo più, fatto di verbali, di assistenti sociali, di giudici e di avvocati che avrebbero cercato di ricostruire ogni singolo frammento della nostra vita privata.
E io sapevo che, per quanto doloroso fosse, avrei dovuto trovare la forza di affrontare ogni singola udienza, ogni singola domanda scomoda, pur di restituire a mia figlia la giustizia e la serenità che le erano state strappate via in una mattina d'ottobre qualunque.
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