PARTE 3: L'OMBRA NELLA SALA D'ATTESA VUOTA
Il blocco degli ascensori era deserto. Le pareti riflettevano la mia immagine distorta, pallida, con la maglietta ancora macchiata di marmellata d'uva. Ogni respiro mi bruciava la gola. L'ispettrice Moretti mi guidò verso un ufficio amministrativo defilato, lontano dal via vai del pronto soccorso, dove la luce fioca delle lampade da tavolo creava un'atmosfera sospesa, quasi irreale. Mi fece sedere su una sedia di plastica rigida e mi porse un bicchiere di carta pieno d'acqua tiepida. Non riuscii a berne neanche un sorso; tenevo le dita serrate attorno al bordo del bicchiere così forte che le nocche mi erano diventate bianche.
Fu allora che l'ispettrice aprì un piccolo taccuino nero e cominciò a farmi domande dettagliate sulla nostra routine quotidiana. Voleva sapere chi gestiva gli orari, chi rimaneva a casa nei giorni feriali, se Marco avesse mai manifestato segni di insofferenza estrema o se ci fossero problemi economici di cui non ero a conoscenza. Ogni risposta che davo apriva una voragine nuova.
Raccontai del suo lavoro saltuario come consulente informatico, delle ore passate davanti al computer a buio fonda, delle sue frequenti uscite serali con la scusa di incontrare vecchi soci d'affari. Non avevo mai sospettato nulla di grave; avevo sempre pensato che fosse solo lo stress della vita moderna a renderlo così distaccato, così impenetrabilmente freddo.
Ma la verità, quella che cominciava a emergere dai verbali preliminari, delineava un profilo completamente diverso. L'ispettrice mi mostrò una serie di schermate estratte dai registri telefonici di Marco, acquisite tramite una procedura d'urgenza. C'erano decine di chiamate verso un numero sconosciuto, concentrate soprattutto nelle ore in cui la bambina avrebbe dovuto essere sorvegliata. E c'erano messaggi, brevi frammenti di testo recuperati in fretta, che parlavano di debiti ingenti, di somme perse in investimenti azionari sconsiderati e di minacce da parte di persone che non facevano sconti a nessuno.
Un brivido gelido mi percorse la schiena. I debiti. Marco aveva sperperato i risparmi accumulati per il fondo universitario di nostra figlia. E quella mattina, quando ero uscita di casa in fretta per correre in ufficio, lui era solo con lei, circondato dai suoi fallimenti e dalla pressione di un mondo che gli stava crollando addosso. La sedia rovesciata in cucina non era il frutto di un gioco innocente; era il segno tangibile di una colluttazione, o forse della disperazione di un uomo che aveva perso completamente il controllo.
Mentre l'ispettrice continuava a parlare, annotando ogni mia singola esitazione, un agente bussò leggermente alla porta ed entrò con un foglio in mano. Si diresse verso la mia interlocutrice e le sussurrò qualcosa all'orecchio. Il volto della donna si indurì ulteriormente. Si voltò verso di me con uno sguardo che non ammetteva repliche e disse: «Signora Rossi, dobbiamo spostarci immediatamente. Suo marito ha appena rilasciato una dichiarazione spontanea agli agenti della sicurezza, e le cose hanno appena preso una piega che non avremmo mai voluto ascoltare».
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