PARTE 8: L'ARRIVO DEGLI ASSISTENTI SOCIALI
Nel giro di poche ore, la notizia che la bambina aveva ripreso conoscenza si diffuse rapidamente tra i medici e il personale di sorveglianza dell'ospedale. Verso mezzogiorno, mentre cercavo di distrarre mia figlia offrendole qualche cucchiaino d'acqua con una siringa sterile, la porta della stanza si aprì per far entrare due persone che non avevo mai visto prima. Erano un uomo e una donna in abiti civili, con cartelline rigide sottobraccio e distintivi identificativi appesi alle giacche. Erano funzionari dei servizi sociali e della tutela minorile, inviati d'urgenza dal tribunale dei minori.
La donna si presentò con un tono formale ma rispettoso, dicendo di chiamarsi dottoressa Sarti. Si avvicinò al letto con cautela, salutando la bambina con un sorriso forzato prima di rivolgere la sua attenzione a me. Mi fece cenno di uscire un attimo nel corridoio per parlare in privato. Il mio stomaco si contrasse in un nodo doloroso; sapevo perfettamente cosa significava quella convocazione improvvisa. Finché la bambina era in pericolo di vita, l'attenzione era focalizzata esclusivamente sulla sua sopravvivenza clinica; ma ora che si era risvegliata, il sistema giuridico doveva attivarsi per tutelare la sua incolumità futura.
Ci spostammo di pochi metri, vicino alla grande vetrata che dava sul parcheggio dell'ospedale. La dottoressa Sarti aprì la sua cartellina e mi guardò con uno sguardo professionale ma carico di un'empatia misurata. «Signora Rossi, comprendiamo perfettamente il trauma immenso che sta attraversando e le riconosciamo il ruolo di parte lesa in questa vicenda drammatica. Tuttavia, i protocolli in casi di violenza domestica e lesioni a minori sono estremamente rigidi». Fece una breve pausa, come per soppesare ogni singola parola. «Per tutta la durata delle indagini preliminari e del processo a carico del signor Marco Rossi, la bambina sarà posta sotto tutela giudiziaria preventiva».
Sentii il mondo vacillare di nuovo sotto i miei piedi. «Che cosa significa in pratica?», chiesi con la voce spezzata dalla rabbia e dall'impotenza. «Significa che resterà qui in ospedale sotto la sorveglianza diretta del personale medico e di un tutore legale nominato dal tribunale», rispose l'ispettrice, «e che ogni decisione riguardante le sue dimissioni e la sua futura collocazione protetta dovrà passare al vaglio del giudice tutelare. A lei, signora Rossi, sarà garantita la possibilità di assisterla costantemente, ma la gestione della custodia non sarà più esclusiva fino alla conclusione della perizia psicologica».
Volevo urlare contro di loro, spiegare che ero io la madre, che non avevo alcuna colpa se non quella di essermi fidata dell'uomo sbagliato, che avevo lavorato sodo per mantenere la famiglia mentre lui tramava la nostra rovina. Ma le parole mi morirono in gola. Sapevo che protestare non sarebbe servito a nulla; il sistema burocratico agiva con la freddezza di una macchina implacabile, progettata per tagliare i rami secchi e mettere in sicurezza i soggetti più deboli, senza fare sconti a nessuno. Anuii lentamente, con le lacrime che ricominciavano a rigarmi il volto, accettando l'ennesima umiliazione di una giornata che sembrava non volere finire mai.
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