IL DOSSIER CANCELLATO
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IL DOSSIER CANCELLATO

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PARTE 9: GLI INTRUSI NELLA NOTTE E LA FUGA

Il fascio di luce dei fari attraverso le finestre della villa ci colse completamente di sorpresa. Il cuore mi balzò in gola. Nel silenzio tombale della notte sul lago, il rombo di un motore pesante, spento bruscamente subito dopo l'arrivo, risuonò come una minaccia inequivocabile.

— Spegnete le torce! Subito! — sussurrò Beatrice con voce concitata, muovendosi con una rapidità fulminea per spegnere la sua e afferrare il plico di documenti dal tavolino.

Obbedii all'istante, premendo il pulsante della mia torcia e piombando nell'oscurità quasi totale del grande salone. Sofia si mosse furtivamente verso di noi, afferrandomi un braccio con una stretta dolorosa.

— Chi può essere a quest'ora? — mormorò Sofia con un fil di voce, tremando leggermente. — Non dirmi che ci hanno seguite... ma chi avrebbe potuto seguirci? All'ospedale c'erano soltanto i medici!

— All'ospedale forse sì — rispose Beatrice, accovacciandosi dietro il pianoforte e facendo cenno anche a noi di abbassarci. — Ma la cartella clinica che Elena ha aperto non era custodita solo da Luisa. E la clinica privata di Zurigo... beh, diciamo che i laboratori di ricerca avanzata non operano sempre nella più totale trasparenza legale. Se qualcuno ha monitorato gli accessi al dossier di nostro padre, sa esattamente dove siamo.

Dall'esterno arrivò il rumore sordo di una portiera che si apri e si richiuse con forza. Poi, passi pesanti sulla ghiaia del vialetto d'accesso. Qualcuno stava camminando con decisione verso la porta principale della villa.

Clack.

Il cigolio della porta che si apriva ulteriormente ruppe il silenzio. Avevamo lasciato l'ingresso socchiuso al nostro arrivo, facilitando l'intrusione di chiunque fosse appena sceso da quell'auto.

— C'è qualcuno? — gridò una voce maschile dall'atrio, fredda, autoritaria e metallica, amplificata leggermente dall'eco della grande sala vuota. — Sappiamo che siete qui dentro. Non ha senso nascondersi. Il dossier deve tornare dove era stato messo.

Trattenni il respiro, coprendomi la bocca con una mano per evitare che il minimo suono potesse tradire la nostra posizione. Guardai Beatrice: il suo volto era teso, gli occhi fissi verso l'ingresso buio, la mano infilata nella tasca del cappotto dove stringeva qualcosa di rigido. Non sapevo se avesse con sé un'arma o semplicemente un telefono d'emergenza, ma la sua espressione non prometteva nulla di buono.

I passi si avvicinarono al salone principale. Il fascio di una torcia professionale ad alta potenza cominciò a spazzare il pavimento, muovendosi metodicamente da sinistra a destra, illuminando i mobili coperti dai teli bianchi e le colonne di marmo. La luce si avvicinava pericolosamente alla nostra zona di copertura dietro il pianoforte.

— So che state leggendo quei documenti — riprese la voce maschile, questa volta più vicina, quasi sulla soglia del salone. — Marco Moretti ha fatto troppi errori. E voi state pestando i piedi a persone che non gradiscono intromissioni nelle loro ricerche biologiche. Consegnateci il fascicoletto di Zurigo, e nessuno si farà male.

La mia mente correva all'impazzata. Ricerca biologica? Persone che non gradivano intromissioni? Dunque la malattia di nostro padre, la terapia sperimentale, la cartella clinica manipolata... non erano soltanto il dramma privato di un uomo anziano e malato. C'era dietro un sistema molto più grande, un giro di sperimentazioni farmaceutiche clandestine o di interessi illeciti legati alla genetica avanzata che nostro padre aveva evidentemente cercato di denunciare o da cui aveva tentato di smarcarsi, finendo per diventare un bersaglio.

La luce della torcia dell'intruso colpì per un istante il bordo del pianoforte dietro cui eravamo nascoste. Mancavano pochi centimetri prima che illuminasse i nostri piedi.

Beatrice fece un cenno rapido con la testa verso una piccola porta di servizio situata sul fondo del salone, seminascosta da una vecchia tenda di velluto rosso polveroso. Una via di fuga secondaria che forse conduceva alla cantina o al retro della villa, verso il giardino in forte pendenza che scendeva direttamente verso il lago.

Senza esitare un solo istante, Sofia si mosse per prima, strisciando silenziosamente sul pavimento. Io la seguii immediatamente, tenendomi bassa, mentre Beatrice faceva da retroguardia, tenendo d'occhio la figura dell'intruso che avanzava nel salone.

Raggiungemmo la porta di servizio. Beatrice la spinse con delicatezza estrema: fortunatamente la serratura non era bloccata. La porta si aprì con un piccolo scatto sordo che, coperto dal rumore della pioggia battente all'esterno, passò inosservato all'uomo nell'atrio.

Ci intrufolammo rapidamente nel buio di un corridoio secondario, chiudendoci la porta alle spalle con la massima cautela.

— Di qui — sussurrò Beatrice, guidandoci attraverso una scalinata in pietra ripida e scivolosa che scendeva verso i sotterranei della villa.

L'odore di umidità e muffa si fece intenso, mescolandosi al profumo acre della terra bagnata. Le nostre scarpe scivolavano sui gradini di pietra antica, ma la paura di essere scoperte ci dava una forza e una rapidità insospettabili.

Raggiungemmo una vecchia porta a vetri che dava direttamente sul retro della proprietà, immersa nel bosco fitto che circondava il lago. Beatrice aprì anche quella con un movimento deciso. L'aria fredda e bagnata della notte ci investì in pieno volto, sferzandoci la pelle come frustate.

Fuori, la tempesta non accennava a placarsi. La pioggia cadeva fitta, trasformando il sentiero in un vero e proprio torrente di fango e foglie.

— Dobbiamo correre verso la strada forestale — disse Beatrice, urlando leggermente per sovrastare il fruscio del vento tra gli alberi e lo scroscio dell'acqua. — La mia macchina è nascosta tra gli alberi, poco più a valle. Se riusciamo a raggiungerla prima che ci vedano, possiamo seminarli lungo la statale!

Iniziammo a correre nel buio fitto del bosco, illuminate soltanto dai lampi intermittenti che squarciavano il cielo sopra il lago di Como. I rami bassi ci graffiavano il viso e le mani, la terra fangosa ci faceva perdere l'equilibrio a ogni passo, ma la consapevolezza che qualcuno ci stesse braccando ci spingeva a non fermarci.

Eravamo ormai vicine alla strada quando, voltandomi per un istante a controllare che Sofia ci stesse seguendo, vidi una sagoma scura spuntare dal retro della villa, con una torcia accesa che cercava disperatamente di intercettare la nostra fuga.

Ci avevano viste.