IL DOSSIER CANCELLATO
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IL DOSSIER CANCELLATO

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PARTE 4 : IL TEMPO SCADUTO

Il mondo intorno a noi crollò in una frazione di secondo. Le parole della lettera, il segreto della sorellastra misteriosa, lo shock di una famiglia che non avevamo mai realmente conosciuto: tutto svanì d'un tratto, spazzato via dal terrore puro e primordiale di perdere nostro padre per sempre.

— Papà! — urlai, scattando in piedi e correndo verso la porta della stanza 412 prima che il personale medico potesse bloccarmi l'accesso.

Il dottor Rossi fu più veloce di me. Con una spinta decisa ma professionale mi respinse all'indietro, bloccandomi sulla soglia mentre due infermieri facevano irruzione nella stanza con il carrello delle emergenze e il defibrillatore portatile. Il bip acuto e continuo del monitor cardiaco — un suono che tagliava l'aria come una lama affilata — risuonò all'interno della stanza, trasformandosi quasi subito in un tono piatto, continuo e agghiacciante.

Biiiiiiiiiiiiip...

— Preparate l'adrenalina! Caricate a duecento joule! — urlò il dottor Rossi con voce ferma, ordinando al personale di muoversi con una precisione millimetrica che tradiva però una profonda tensione nei muscoli della mascella.

Sofia si accasciò contro il muro, portandosi le mani alla bocca per soffocare un urlo disperato. Le sue ginocchia cedettero e io mi precipitai a sorreggerla, sebbene le mie stesse gambe fossero ridotte a gelatina. Eravamo lì, strette l'una all'altra nel corridoio freddo dell'ospedale, mentre attraverso il vetro della porta socchiusa vedevamo le sagome dei medici che si muovevano freneticamente attorno al letto di nostro padre.

Ogni compressione toracica praticata dal medico sembrava colpire direttamente il nostro petto. Ogni scarica elettrica che faceva sobbalzare il corpo immobile di Marco Moretti era un colpo al nostro cuore. Pregavo in silenzio, invocando qualsiasi divinità dimenticata, promettendo che avrei perdonato tutto, che avremmo trovato quella misteriosa sorellastra, che avremmo ricucito ogni strappo del passato, purché lui restasse in vita. Purché ci desse almeno un'altra possibilità di dirgli quanto lo amavamo.

Passarono minuti che sembrarono eterni secoli. Ogni secondo trascorso senza sentire quel tono piatto interrompersi era un passo più vicino al baratro definitivo. Le infermiere entravano e uscivano di corsa, portando sacche di sangue e farmaci d'emergenza, con i volti imperlati di sudore nonostante l'aria condizionata del reparto.

Poi, quando ormai la speranza sembrava sul punto di spegnersi del tutto, accadde l'incredibile.

— Il ritmo sinusale sta tornando! C'è polso! Riprende la ventilazione assistita! — esclamò una voce concitata dall'interno della stanza.

Un debole, irregolare ma inconfondibile battito ricominciò a risuonare sul monitor. Bip... bip... bip... Lento, faticoso, ma vivo.

Il dottor Rossi uscì dalla stanza dopo qualche minuto, asciugandosi la fronte con un fazzoletto di carta e lasciando intravedere un sospiro di sollievo misto a estrema preoccupazione. Ci guardò con serietà e disse: — L'abbiamo ripreso per un pelo. Il suo cuore è estremamente debole, provato dalla malattia e dallo stress emotivo delle ultime ore. Ha pochissimo tempo, ragazze. Se volete scoprire la verità su Beatrice e dare a vostro padre una speranza concreta di guarigione attraverso quella donazione familiare che lui ha cercato di nascondere, dovete partire subito per il lago di Como. Non possiamo aspettare domani.

Guardai Sofia. Nei suoi occhi bagnati di lacrime c'era la stessa identica scintilla di determinazione che ardeva nei miei. Il dossier era stato aperto, il segreto era stato svelato, e la nostra vera avventura — la ricerca di una verità sepolta nel passato — era appena cominciata.