IL DOSSIER CANCELLATO
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IL DOSSIER CANCELLATO

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PARTE 11: LA BAITA NELLA NEBBIA E LA RIVELAZIONE

La station wagon di Beatrice arrancava faticosamente lungo l'ultima salita sterrata, con le ruote che slittavano leggermente sul fondo coperto da un misto di fango e prima neve bagnata. Intorno a noi, la nebbia fitta della montagna aveva inghiottito ogni cosa, trasformando il bosco in una cattedrale di ombre bianche e silenziose.

Dopo un'ultima curva stretta, la sagoma scura di una vecchia baita in pietra e legno massiccio emerse dall'oscurità. L'edificio appariva isolato, protetto alle spalle da una parete di roccia viva e affacciato su un burrone che si perdeva nel vuoto della valle sottostante. Non c'era elettricità visibile, ma sapevo che in luoghi come quello esistevano generatori d'emergenza o stufe a legna tradizionali.

Beatrice spense il motore. Il silenzio della montagna ci accolse immediatamente, rotto soltanto dal gocciolare insistente dell'acqua dai grondaie e dal nostro respiro leggermente affannato.

— Eccoci — disse Beatrice, slacciando la cintura di sicurezza con un movimento stanco. — Qui siamo al sicuro. Nessuno viene quassù fuori stagione, specialmente con una tempesta del genere.

Entrammo nella baita aiutandoci con le torce. L'interno profumava di legno vecchio, resina di pino e polvere. Beatrice trovò rapidamente un interruttore collegato a un generatore ausiliario, e una luce calda e giallognola invase la stanza principale, illuminando un grande camino in pietra, un tavolo rustico di legno grezzo e alcune coperte di lana disposte sui divani.

— Accendo la stufa — mormorò Beatrice, inginocchiandosi davanti al camino e iniziando a preparare la legna con una manualità che tradiva una certa consuetudine con quel luogo.

Sofia si sedette pesantemente su una sedia di legno, tremando ancora leggermente per il freddo e lo shock della serata. Io presi il dossier recuperato dalla villa sul lago, lo poggiai sul tavolo e ne sciolsi definitivamente i lacci di spago, tirando fuori i documenti.

— È ora di leggere tutto, Beatrice — dissi, guardandola negli occhi mentre la prima fiamma cominciava a scoppiettare nel camino, proiettando ombre danzanti sulle pareti di legno. — Chi è questa persona che credevamo morta vent'anni fa? E che legame ha con la nostra famiglia e con la malattia di papà?

Beatrice si alzò in piedi, si spolverò le mani dai residui di cenere e si avvicinó al tavolo, sedendosi di fronte a noi. Prese in mano un foglio particolarmente ingiallito, con intestazioni ufficiali di un registro di anagrafe e di una clinica privata di Zurigo, datato esattamente vent'anni prima, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di nostro padre.

— Venti anni fa, la notte in cui nostra madre morì in seguito a un tragico incidente stradale... o almeno, questa è la versione ufficiale che ci è sempre stata raccontata — cominciò Beatrice con un filo di voce, quasi temesse di pronunciare parole proibite — in realtà accadde qualcosa di molto diverso.

Feci un salto sulla sedia. — Un incidente stradale? Nostra madre non è morta in un incidente?!

— No — rispose Beatrice, fissandoci con una gravità che ci lasciò senza fiato. — O meglio, l'incidente c'è stato, ma non fu fatale per lei. Fu una messa in scena organizzata da nostro padre e da un gruppo di medici per proteggere un segreto inconfessabile. Nostra madre aveva scoperto che Marco stava conducendo ricerche genetiche non autorizzate su un bambino nato da una precedente relazione segreta... un fratello maggiore che noi non abbiamo mai saputo di avere.

Il mondo sembrò fermarsi per la seconda volta in quella notte. Un fratello maggiore? Esisteva un altro figlio?

— Si chiama Lorenzo — continuò Beatrice, leggendo ad alta voce dal documento ufficiale che teneva tra le mani. — Nato prima di Sofia e prima di me. Era il primogenito. Ma sfortunatamente, la mutazione genetica che oggi sta uccidendo nostro padre si manifestò in Lorenzo quando era ancora un bambino molto piccolo. Marco tentò il tutto per tutto per salvarlo, utilizzando terapie sperimentali clandestine che all'epoca venivano considerate illegali e pericolose.

Quando la situazione precipitò e Lorenzo fu dato per "clinicamente morto" in seguito a una crisi disperata in clinica, nostro padre inscenò la morte di nostra madre per coprire la fuga della donna che aveva cercato di denunciare tutto, e fece credere a tutti che il bambino fosse deceduto.

Le parole scorrevano come un fiume in piena, travolgendo ogni certezza, ogni ricordo d'infanzia, ogni immagine che avevamo custodito gelosamente nel cuore riguardo alla nostra famiglia.

— Ma Lorenzo non è morto, vero? — sussurrai, con il cuore in gola che batteva all'impazzare. — È lui il donatore di riserva? È lui che possiede la parziale immunità?

Beatrice annuì lentamente, posando il documento sul tavolo. — Sì. Lorenzo sopravvisse grazie a una mutazione genetica spontanea che bloccò la progressione della malattia nel suo corpo, rendendolo l'unico organismo umano capace di produrre gli anticorpi necessari per fermare il collasso di nostro padre. Ed è lui che dobbiamo trovare prima che sia troppo tardi.

Prima che potessimo aggiungere una sola parola, il telefono satellitare che Beatrice teneva nella tasca del cappotto cominciò a squillare con un trillo acuto e insistente nel silenzio della baita.

Beatrice lo estrasse di scatto e rispose immediatamente. Ascoltò per pochi secondi, mentre il suo viso perdeva ogni residuo colore, trasformandosi in una maschera di pietra.

— Sì... sono io... cosa?! — esclamò, portandosi una mano alla bocca.

Attaccò la chiamata senza dire altro, ci guardò con gli occhi sbarrati dal terrore e disse: — Era il dottor Rossi dall'ospedale. Hanno appena trasferito nostro padre in un luogo segreto, e i nostri inseguitori sono già qui, a Lecco. Stanno venendo a prenderci.