PARTE 10: LA CORSA NELLA TEMPESTA E IL RIFUGIO SUL LAGO
La pioggia ci sferzava il viso come una pioggia di spilli gelidi, mentre i nostri scarponi affondavano nel fango viscido del sentiero boschivo che conduceva alla sponda del lago. Dietro di noi, i fasci di luce delle torce dei nostri inseguitori tagliavano la fitta vegetazione, oscillando pericolosamente tra i tronchi degli alberi secolari.
— Presto! Di qua! — urlò Beatrice, facendoci segno di svoltare bruscamente a sinistra, lungo un vecchio sentiero di pescatori che costeggiava l'acqua scura e increspata del lago di Como.
Il vento soffiava con violenza dalle montagne circostanti, sollevando piccole onde che sbattevano fragorosamente contro la scogliera di pietra sottostante. Eravamo bagnate fino al midollo, infreddolite e con il fiato corto che bruciava nei polmoni, ma l'adrenalina pura ci impediva di crollare.
Sofia inciampò su una radice affiorante, cadendo pesantemente in avanti nel fango. Con un grido soffocato, mi precipitai ad afferrarla per un braccio, tirandola su in un sol colpo prima che i nostri inseguitori potessero guadagnare terreno.
— Stai bene? — le chiesi con voce ansimante, scrutando il suo volto pallido nel buio illuminato dai lampi.
— Sì, sì, corriamo! — rispose Sofia, stringendosi i fianchi e riprendendo a correre con il poco fiato che le era rimasto.
Pochi metri più avanti, nascosta tra i rami bassi di un salice piangente e una vecchia rimessa per barche in legno ormai diroccata, c'era l'auto di Beatrice: una vecchia station wagon fuoristrada, coperta di fango ma con il motore ancora tiepido.
Beatrice estrasse le chiavi dalla tasca con mani tremanti, aprì le portiere con un clic rapido e ci spinse letteralmente dentro l'abitacolo.
— Salite, salite in fretta! — esclamò, balzando al posto di guida e inserendo la chiave nel nottolino.
Il motorino d'avviamento tossì per qualche secondo — un rumore che ci parve eterno, mentre temevamo che i fari dei nostri inseguitori potessero spuntare da un momento all'altro dietro la curva del sentiero — poi il motore ruggì in modo deciso. Beatrice inserì la marcia con violenza, pestando sull'acceleratore. Le ruote posteriori slittarono pesantemente nel fango sollevando una pioggia di terra e ghiaia, prima di aggrapparsi all'asfalto della strada forestale.
Schizzammo via nella notte, con i fari abbaglianti accesi che illuminavano la strada tortuosa in salita verso la statale principale.
Guardai dallo specchietto retrovisore: per un lungo tratto non si vide altro che il buio della strada bagnata e la pioggia battente. Nessuna altra vettura ci stava inseguendo direttamente in quel momento, probabilmente perché la loro auto era rimasta bloccata nel vialetto stretto e fangoso della villa. Avevamo guadagnato un vantaggio prezioso, ma sapevamo che non sarebbe durato a lungo. Chiunque ci fosse alle calcagna — che si trattasse di emissari di quel misterioso laboratorio farmaceutico o di qualcuno legato al torbido passato medico di nostro padre — sapeva esattamente chi eravamo e cosa stavamo cercando.
Nell'abitacolo regnava un silenzio pesante, rotto soltanto dal respiro affannoso di tutte noi e dal ticchettio furioso dei tergicristalli. Sofia era rannicchiata sul sedile posteriore, con le braccia strette attorno al corpo per cercare di arginare il freddo pungente che le entrava nelle ossa.
— Dove... dove andiamo adesso, Beatrice? — domandai, girandomi verso di lei mentre guidava con una concentrazione ferrea sulla strada resa insidiosa dall'acqua. — Non possiamo tornare all'ospedale, e non possiamo nemmeno tornare a casa nostra. Se ci stanno cercando, controlleranno qualsiasi posto riconducibile a nostro padre o a noi.
Beatrice strinse forte il volante con entrambe le mani, lo sguardo fisso sulla strada illuminata dai fari. — Non torneremo né a Milano né in ospedale per il momento. C'è un posto sicuro. Una vecchia baita in quota, sopra il paese di Lecco, che apparteneva a un vecchio amico e collega di nostro padre. Lì nessuno ci troverà, e avremo il tempo di esaminare con calma il dossier che ho recuperato.
— Un dossier che spiega tutto, hai detto — intervenni, poggiando il plico di documenti ancora intatto sulle mie ginocchia. — Ma spiega anche chi è questa misteriosa persona... il donatore di riserva che papà ha cercato per anni?
Beatrice rallentò leggermente in prossimità di un bivio buio, svoltando con decisione verso una strada secondaria che si arrampicava su per i tornanti della montagna.
— Sì — rispose Beatrice con un fil di voce, e per la prima volta il suo tono di voce tradì una profonda esitazione. — Quel dossier non contiene soltanto referti medici o annotazioni sulla terapia sperimentale. Contiene il nome di una persona che credevamo morta vent'anni fa, la notte in cui la nostra famiglia si è spezzata per la prima volta.
Il sangue mi si gelò nuovamente nelle vene. Morta vent'anni fa? Chi poteva essere?
Mentre la macchina si addentrava sempre più in alto tra i boschi nebbiosi della montagna, mi voltai a guardare fuori dal finestrino, dove le luci lontane della città sembravano un ricamo di stelle soffocate dalla tempesta. Eravamo a un passo dalla verità, una verità che avrebbe potuto salvar la vita a nostro padre o distruggere definitivamente ciò che restava della nostra famiglia.






