PARTE 8: IL DOSSIER NERO E IL PASSATO SVELATO
Il fascicolo di carta ingiallita giaceva sul tavolino impolverato, illuminato dal fascio di luce tremolante della torcia di Beatrice. Nessuna di noi osava toccarlo subito. Quel mucchio di fogli legati con lo spago logoro sembrava racchiudere non semplici documenti amministrativi o referti medici, ma il nucleo incandescente di una menzogna ventennale che aveva plasmato, deformato e infine distrutto le nostre vite senza che noi ce ne fossimo mai rese conto.
Sofia fu la prima a rompere il silenzio, avvicinandosi al tavolino con circospezione, come se temesse che quel plico potesse esplodere da un momento all'altro. — Che cos'è esattamente questo, Beatrice? — domandò con voce tesa, indicando i fogli con la punta delle dita. — Hai detto che spiega perché la compatibilità è cambiata la settimana scorsa. Ma se la malattia è ereditaria, come hai appena detto, cosa c'entra un improvviso cambiamento nei parametri di nostro padre?
Beatrice si appoggiò con la schiena al bordo di un vecchio pianoforte a coda coperto da un telo, incrociando nuovamente le braccia e fissando il pavimento per un istante prima di rispondere. — C'entra il fatto che la diagnosi iniziale era stata manipolata, Sofia — disse con una calma agghiacciante. — O meglio, non manipolata per nuocere, ma alterata perché Marco aveva paura che la verità venisse scoperta da qualcun altro prima che lui potesse trovare una soluzione autonoma.
Alzai la testa di scatto, sgranando gli occhi. — Manipolata? Che cosa vuoi dire? Chi avrebbe potuto alterare una diagnosi clinica in un ospedale pubblico?
— Nostro padre era un uomo molto influente nel settore farmaceutico e medico prima di andare in pensione anticipata — spiegò Beatrice, sollevando lo sguardo verso di noi. — Aveva contatti di alto livello, laboratori di ricerca privati a cui collaborava e accesso a sperimentazioni cliniche avanzate che non sono aperte al pubblico. Quando ha scoperto di essere malato, sapeva perfettamente che la medicina tradizionale gli avrebbe dato pochi mesi di vita. Così ha iniziato a sperimentare su di sé una terapia genica sperimentale, un trattamento non autorizzato che cercava di correggere la mutazione alla radice prima che degenerasse.
Feci un passo avanti, sentendo la testa girare. — Una terapia sperimentale? Ma questo significa che... che la sua non è una semplice insufficienza epatica degenerativa?
— Significa che la malattia è stata accelerata o modificata da quella stessa terapia — concluse Beatrice, indicando con un cenno del capo il plico di documenti. — E i referti della settimana scorsa, quelli che hanno fatto impazzire i medici in ospedale e cambiato improvvisamente la vostra presunta compatibilità, non sono altro che il risultato di un rigetto violento causato da quel farmaco clandestino. Vostro padre non sta morendo solo per la malattia genetica; sta morendo per gli effetti collaterali di una cura segreta che ha cercato di testare su se stesso per non pesare su di noi.
Il peso di quelle parole fu devastante. Guardai Sofia, i cui occhi erano ormai lucidi di lacrime silenziose. Tutto tornava, eppure tutto diventava ancora più intricato e doloroso. Nostro padre non era semplicemente una vittima passiva del destino o della genetica; era stato l'architetto testardo e disperato di un destino che aveva cercato di controllare fino all'ultimo respiro, finendo inevitabilmente per esserne travolto.
— E noi cosa c'entriamo in tutto questo? — mormorai con la voce rotta dal pianto represso. — Perché ha coinvolto me nella compatibilità un anno fa, se sapeva che la terapia sperimentale avrebbe cambiato tutto?
Beatrice si sporse in avanti e sciolse finalmente lo spago che legava il dossier. Aprì la prima pagina del fascicolo, mostrando una serie di firme, timbri e annotazioni manoscritte. — Perché un anno fa, quando ha iniziato la terapia, sperava che il trattamento funzionasse abbastanza a lungo da permettervi di donare i tessuti sani senza rischi. Ma quando ha capito che la terapia stava fallendo e che i suoi organi stavano collassando, ha cercato di cancellare ogni traccia per impedirvi di correre in suo soccorso all'ultimo momento, sapendo che il vostro sangue, alterato dalla stessa predisposizione genetica o dai test incrociati, non avrebbe potuto salvarlo senza un passaggio intermedio.
— Un passaggio intermedio? — chiese Sofia, aggrottando la fronte. — Che genere di passaggio intermedio?
Beatrice sollevò un foglio specifico, una lettera intestata di un laboratorio di genetica di Zurigo, datata pochissimi giorni prima del ricovero di nostro padre. — Questo. Un trattamento di purificazione cellulare e trapianto autologo incrociato che può essere effettuato soltanto se si dispone di un donatore di riserva con un profilo genetico affine ma non identico... un donatore che possieda una parziale immunità alla mutazione.
Ci fu un attimo di silenzio assoluto nel salone. La pioggia continuava a battere con violenza contro i vetri delle finestre, come un tamburo incessante che scandiva il tempo che ci rimaneva.
— E quel donatore... siamo noi? O sei tu? — chiesi, fissando Beatrice con un'intensità tale da sembrare quasi feroce.
Beatrice scosse lentamente la testa, e per la prima volta la sua espressione sicura vacillò, lasciando spazio a un'ombra di profonda vulnerabilità. — No. Non sono io, e non siete voi. Quel donatore è l'unica persona che nostro padre ha cercato per anni senza mai riuscire a trovare... la persona che custodisce la vera chiave di questa storia, e che si trova molto più vicina di quanto possiate immaginare.
Prima che una qualsiasi di noi potesse formulare un'altra domanda o chiedere chiarimenti su quell'affermazione sibillina, un forte rumore provenne dall'esterno della villa. Un fascio di fari abbaglianti tagliò improvvisamente la fitta vegetazione del giardino, illuminando a giorno le finestre del piano terra.
Qualcuno era arrivato nel vialetto. E non sembrava avere buone intenzioni.






