PARTE 5: LA PARTENZA NELLA NOTTE E IL PASSATO CHE EMERGE
Il viaggio verso il lago di Como iniziò sotto una pioggia battente che trasformava i lampioni della tangenziale in lunghe scie luminose e spettrali. Avevamo lasciato nostro padre stabilizzato ma incosciente nel reparto di terapia intensiva, affidato alle cure vigili del dottor Rossi e dell'infermiera Luisa, con la promessa solenne che ci avrebbero avvisate per qualsiasi peggioramento improvviso. Sofia guidava la sua vecchia utilitaria grigia con entrambe le mani saldamente strette sul volante, gli occhi fissi sulla strada buia, mentre io tenevo sul sedile del passeggero la lettera di nostro padre e la cartella clinica trafugata, illuminate debolmente dalla luce intermittente del cruscotto.
Nel silenzio dell'abitacolo, interrotto soltanto dal ritmo frenetico dei tergicristalli, i pensieri riaffioravano alla mente come detriti portati a riva da una piena. Dieci anni prima avevo percorso quella stessa strada in direzione opposta, fuggendo da una casa che mi sembrava una prigione di silenzi e di aspettative deluse. Ricordavo le parole taglienti che ci eravamo scambiati con papà l'ultimo giorno prima della mia partenza: parole dette a metà, orgoglio ferito, porte sbattute con violenza e la convinzione infantile che la mia indipendenza fosse la cura migliore per ogni sofferenza.
Non avrei mai immaginato che dietro quel carattere burbero e quella distanza apparente si celasse un uomo capace di sacrificare la propria vita e persino il proprio orgoglio pur di proteggerci da una minaccia genetica invisibile e crudele.
— Pensi che esista davvero, Elena? — ruppe improvvisamente il silenzio la voce di Sofia, roca e spezzata dalla stanchezza. — Voglio dire... una sorellastra. Una ragazza di cui non abbiamo mai saputo nulla, cresciuta forse da qualche altra parte, mentre noi vivevamo nella nostra bolla di illusioni?
— La lettera di papà è molto chiara, Sofia — risposi, voltandomi verso di lei mentre la luce di un camion in sorpasso illuminava per un istante i suoi lineamenti tesi. — Nostro padre non era un uomo che inventava storie per depistarci, soprattutto non su un letto di morte o di sofferenza estrema. Se ha scritto che esiste una chiave, e che questa chiave si trova nella vecchia casa sul lago, dobbiamo crederci. È la nostra unica speranza per salvarlo.
La vecchia casa sul lago di Como. Una villa di famiglia isolata, ereditata dai nostri nonni materni e poi misteriosamente abbandonata da nostro padre subito dopo la morte della mamma, avvenuta vent'anni prima. Ricordavo vagamente quel posto: un edificio antico, con le pareti color ocra scrostate dalla salsedine e dall'umidità, immerso in un giardino incolto che si affacciava direttamente sulle acque scure e profonde del lago.
Non ci avevamo più messo piede da quando eravamo bambine. Era diventata una specie di zona proibita, un tabù di cui nessuno in famiglia aveva mai osato parlare apertamente. Ogni volta che provavamo a chiedere a papà perché non andassimo più lì per le vacanze estive, lui si incupiva improvvisamente, cambiava discorso o si chiudeva in un silenzio ostinato che impediva qualsiasi ulteriore domanda.
Ora capivo il perché. Quel luogo non custodiva semplicemente i ricordi felici della nostra infanzia perduta; custodiva il segreto più oscuro della vita di nostro padre, il luogo in cui era nata Beatrice e dove forse si celavano le risposte che stavamo disperatamente cercando.
Dopo circa due ore di viaggio lungo la statale deserta, svoltammo per una stradina secondaria in salita, stretta e tortuosa, che si addentrava nei boschi fitti e scuri che sovrastavano le sponde del lago. L'asfalto era reso viscido dalle foglie bagnate e dalla pioggia battente che non accennava a diminuire. Le indicazioni stradali erano quasi inesistenti, ma la memoria muscolare e visiva di Sofia — o forse l'istinto disperato che ci guidava — ci condusse senza esitazioni verso il cancello arrugginito della proprietà.
Il cancello era socchiuso. Una catena penzolava spezzata da un lato, come se qualcuno fosse entrato di recente o come se non fosse mai stato chiuso del tutto.
Sofia spense i fari dell'auto per non attirare eventuali attenzioni indesiderate — anche se in quella notte di tempesta e in quel luogo desolato sembrava impossibile trovare anima viva — e accostò l'auto lungo il vialetto d'accesso, coperto da una fitta coltre di ghiaia e muschio.
— Eccoci qua — sussurrò Sofia, spegnendo definitivamente il motore. Il silenzio calò nell'abitacolo, rotto soltanto dal ticchettio del motore che si raffreddava e dal ticchettio incessante della pioggia sul tetto della macchina.
Preparammo le torce tascabili che avevamo fortunatamente trovato nel portabagagli e scendemmo nell'oscurità e nel freddo pungente della notte lacustre. L'aria odorava di terra bagnata, legno marcio e di quell'inconfondibile profumo di chiuso e di abbandono che caratterizza le case rimaste disabitate per troppi anni.
Ci avvicinammo alla grande porta d'ingresso in legno massiccio. Sofia provò a spingerla con cautela, aspettandosi di trovarla sbarrata da catenacci e serrature arrugginite. Invece, con nostra grande sorpresa, la porta cedette al primo colpo, emettendo un cigolio lugubre e lamentoso che riecheggiò nel grande atrio buio della villa.
Entrammo insieme, stringendoci l'una all'altra, con le torce puntate in avanti a fendere le tenebre. La luce debole dei nostri fasci esplorò l'interno: mobili coperti da teli bianchi impolverati, lampadari di cristallo opacizzati dal tempo, e una scala di marmo bianco che saliva verso il piano superiore, dominata da un grande ritratto sbiadito di nostra madre appeso alla parete principale.
Ma fu proprio mentre ci muovevamo nel salone principale che avvertimmo un rumore inaspettato provenire dal piano di sopra. Un calpestio leggero. Il rumore di passi umani su un pavimento di legno scricchiolante.
Qualcuno era già dentro la casa. E non eravamo noi.






