PARTE 6: GLI OSPITI INATTESI NELLA VILLA ABBANDONATA
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte il braccio di Sofia, che a sua volta trattenne il fiato, spegnendo immediatamente la torcia con un movimento rapido e silenzioso. Nell'oscurità quasi totale del grande salone al piano terra, guidati soltanto dai flebili riflessi della luce della luna che filtravano attraverso i vetri sporchi delle finestre, rimanemmo perfettamente immobili, in ascolto.
I passi al piano superiore si fermarono per un istante, come se chiunque stesse camminando si fosse accorto della nostra presenza o avesse sentito il cigolio della porta d'ingresso. Poi ripresero, questa volta più lenti, metodici, diretti verso la scalinata che conduceva dritta al piano terra dove ci trovavamo noi.
Cig... creak... cig...
Ogni tavola di legno del vecchio pavimento sembrava urlare sotto il peso di quell'intruso misterioso. Chi poteva essere? Un senzatetto che aveva trovato rifugio in quella villa abbandonata per sfuggire alla pioggia della notte? O forse qualcun altro legato alla misteriosa Beatrice e ai segreti di nostro padre? E se fosse stato qualcuno mandato da chi voleva impedire che la verità venisse a galla?
Feci un passo indietro, cercando di trascinare Sofia verso l'ombra densa sotto la grande scala di marmo, un punto cieco perfetto per osservare senza essere visti. Sofia si mosse con la massima cautela, cercando di non calpestare i detriti di intonaco e la polvere accumulata sul pavimento nel corso degli anni.
Dall'alto della scala, la sagoma scura di una persona cominciò a delinearsi contro il chiarore della finestra del ballatoio superiore. Era una figura alta, avvolta in un cappotto scuro con il cappuccio tirato su a coprire parzialmente il viso. La persona teneva in mano una torcia tascabile potente, il cui fascio di luce tagliava la stanza da parte a parte, spazzando i mobili coperti dai teli bianchi alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.
Trattenni il respiro, cercando di fare in modo che il battito accelerato del mio cuore non fosse udibile nel silenzio tombale della villa.
La figura misteriosa scese lentamente i primi gradini. Poi si fermò, puntando il fascio di luce proprio verso il grande ritratto di nostra madre appeso alla parete di fronte. Per qualche secondo, la persona rimase immobile in quella posizione, come se stesse osservando quel volto dipinto con una sorta di riverenza mista a malinconia.
— So che siete qui — disse improvvisamente una voce femminile, calma ma ferma, che riecheggiò nelle alte volte del salone con una chiarezza impressionante. — Non ha senso nascondersi nell'ombra. Nessuno viene a visitare questa vecchia casa a quest'ora della notte, sotto un nubifragio del genere, a meno che non stia cercando esattamente ciò che sto cercando io.
La voce non sembrava minacciosa. Aveva un tono freddo, sicuro di sé, ma stranamente familiare, come un'eco lontana che risuonava in un angolo remoto della mia memoria.
Sofia si irrigidì accanto a me. Sentii il suo corpo tremare leggermente, non per la paura, ma per il riconoscimento improvviso di qualcosa che sfuggiva alla nostra comprensione razionale.
Feci un respiro profondo, uscii lentamente dall'ombra sotto la scala e accesi la mia torcia, puntandola però verso il basso per non accecare l'altra persona, pur mostrando chiaramente la mia presenza. Sofia mi seguì immediatamente, affiancandomi con il corpo teso come una corda di violino.
— Chi sei? — chiesi, cercando di mantenere la voce ferma e priva di esitazioni. — E cosa ci fai qui nella casa di nostro padre?
La figura sul pianerottolo abbassò leggermente il cappuccio, rivelando il viso illuminato di riflesso dalla luce della torcia. Aveva i capelli scuri raccolti in una lunga treccia disordinata, lineamenti marcati, e due occhi chiari, intensi, incredibilmente simili a quelli che vedevamo ogni giorno nello specchio e, soprattutto, identici a quelli di nostro padre quando era giovane.
La donna ci guardò con un sorriso ironico, amaro, privo di qualsiasi traccia di ostilità.
— Beh — disse con voce calma, incrociando le braccia al petto — ci avete messo più del previsto a trovarmi. Io vi stavo aspettando già da tre giorni. Voi dovete essere le mie sorelle. Io mi chiamo Beatrice.
Il nome cadde nel salone buio come una pietra pesante gettata in uno stagno immobile, producendo onde concentriche che spazzarono via ogni dubbio, ogni menzogna e ogni anno di silenzio che ci aveva divise.






