La chiamata al cancello della scuola di Cremona
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La chiamata al cancello della scuola di Cremona

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PARTE 3 — Il segreto nascosto tra i mattoni della cascina

Trattenendo il respiro per non fare rumore, Thanh si avvicinò alla porta socchiusa della cascina abbandonata, appoggiando delicatamente la mano fredda contro il legno marcio dell'infisso. La porta cedette di qualche centimetro con un cigolio sinistro che le fece raggelare il sangue nelle vene, costringendola a fermarsi immediatamente e a tendere l'orecchio per cogliere qualsiasi suono proveniente dall'interno dell'edificio.

All'interno regnava un buio pesto, interrotto soltanto da qualche debole raggio di luce lunare che riusciva a filtrare attraverso le fessure del tetto sfondato, disegnando lame argentate sulla polvere accumulata sul pavimento. Con la mano destra tremante, la maestra attivò la torcia del telefono, schermandola parzialmente con le dita per evitare di proiettare fasci di luce troppo luminosi che potessero rivelare la sua presenza a chiunque si trovasse eventualmente all'interno.

La visuale si ampliò lentamente, mostrando un ampio salone al pian terreno, un tempo adibito a deposito agricolo, ora completamente vuoto, con i muri scrostati da cui affioravano i mattoni rossi e il pavimento coperto di calcinacci, vetri rotti e vecchi attrezzi arrugginiti abbandonati da decenni.

Mentre avanzava con estrema cautela, cercando di evitare i pezzi di legno che avrebbero potuto scricchiolare sotto le sue scarpe, Thanh avvertì un odore acre e insolito, ben diverso da quello della muffa e dell'umidità tipica delle vecchie costruzioni abbandonate. Era un odore chimico, misto a fumo acre e a qualcosa di dolciastro che le provocò immediatamente un leggero senso di nausea.

Seguendo quel sentiero olfattivo invisibile, la donna si diresse verso la parte posteriore del salone, dove una scala interna di pietra conduceva al piano superiore, apparentemente l'unica zona della struttura che conservasse ancora una copertura parzialmente integra. Ogni gradino percorso sembrava eterno, accompagnato dal rumore sordo dei suoi stivali e dal fruscio della pioggia che ricominciava a cadere battendo violentemente sulle tegole rotte sopra la sua testa.

Arrivata in cima alla scala, si ritrovò davanti a un corridoio buio su cui si affacciavano alcune porte di legno scheggiate; la maggior parte di esse era completamente spalancata su stanze vuote e fatiscenti, ma una in fondo al corridoio presentava una sottile fessura di luce calda e artificiale che filtrava da sotto la soglia.

Quella luce improvvisa rappresentava una prova inconfutabile: c'era energia elettrica all'interno di quella rovina, o quantomeno un generatore portatile nascosto da qualche parte per alimentare apparecchiature che non avrebbero dovuto trovarsi in un luogo simile. Avvicinandosi alla porta con il cuore in gola, Thanh spense la torcia del telefono per non rischiare di farsi notare attraverso la fessura e si accostò con l'orecchio al legno ruvido, cercando di cogliere voci o rumori provenienti dall'interno.

Inizialmente udì soltanto un ronzio basso e costante, simile a quello di un frigorifero o di un server informatico in funzione, ma poi, dopo qualche istante di assoluta concentrazione, percepì un suono distinto: un flebile singhiozzo soffocato, seguito da una voce maschile roca che pronunciava parole di minacce a bassa voce, troppo attutite dalla spessa porta per poter essere comprese chiaramente.

Riconobbe immediatamente la timbrica tagliente di quella voce: era proprio il signor Tuấn. Il panico e la rabbia si mescolarono nel petto della maestra, cancellando ogni residuo di paura e lasciando spazio unicamente a una feroce determinazione nel voler scoprire cosa stesse accadendo a quella bambina indifesa.

Senza pensarci due volte alle conseguenze, Thanh appoggiò la mano sulla maniglia arrugginita e scoprì con sorpresa che non era chiusa a chiave; con un movimento fulmineo ma silenzioso, spinse l'anta verso l'interno, preparandosi a fronteggiare qualsiasi cosa si trovasse al di là della soglia. La scena che le si parò davanti agli occhi superò di gran lunga i suoi peggiori timori, rivelando un retroscena oscuro che andava ben oltre un semplice caso di disagio familiare o di violenza domestica ordinaria.

La stanza era stata parzialmente ripulita e attrezzata con apparecchiature elettroniche di registrazione, monitor accesi che proiettavano flussi di dati criptati e ricevitori radiofonici di tipo professionale, trasformando quella vecchia soffitta in una base operativa clandestina nascosta nel cuore della campagna cremonese. Ma ciò che le bloccò il respiro fu vedere Trà: la bambina non era legata, ma era rannicchiata in un angolo buio della stanza, con il volto rigato di lacrime, mentre di fronte a lei, seduto a una scrivania metallica improvvisata, Tuấn stava parlando con un interlocutore invisibile attraverso un auricolare, pronunciando cifre di denaro e date di scadenze che parlavano di una transazione losca e internazionale.