Parte 8
Il suono insistente del campanello e la voce del maresciallo Moretti che ripeteva il mio nome dal piano terra fecero svanire all'istante l'atmosfera di minaccia imminente che gravava sullo studio. L'intruso imprecò a bassa voce, un insulto secco e rabbioso in dialetto stretto, poi si girò di scatto verso la finestra aperta che dava sul retro della casa, l'unica via di fuga rimasta libera prima che i carabinieri potessero circondare l'intero perimetro.
Senza esitare un secondo di troppo, l'uomo si slanciò contro i vetri, aprì l'infisso con una spinta violenta e si calò agilmente lungo il tubo di gronda in rame che scendeva verso il giardino sottostante, scomparendo nel folto della vegetazione umida appena un istante prima che i colpi decisi alla porta d'ingresso si facessero ancora più forti e insistenti.
Rimasi immobile per qualche secondo dietro la tenda di velluto, con il petto che si alzava e si abbassava rapidamente per il batticuore, cercando di riprendere il controllo della mia respirazione. Poi, facendomi forza sulle gambe, uscii allo scoperto nel corridoio e mi diressi barcollando verso le scale. "Maresciallo! Sono qui! Sto arrivando!" gridai con voce ferma ma provata, scendendo lentamente i gradini un gradino alla volta, tenendomi ben salda al corrimano.
Raggiunsi il pianerottolo d'ingresso, girai la doppia mandata della serratura e spalancai la porta. Sulla soglia, con l'uniforme ordinata e l'espressione visibilmente preoccupata, c'era il maresciallo Moretti, accompagnato da un appuntato della stazione locale. "Signora Ferri! Meno male che ha risposto," esclamò il maresciallo facendo un passo all'interno della casa, scrutando rapidamente il corridoio con lo sguardo vigile.
"Abbiamo ricevuto una chiamata anonima da una cabina telefonica della zona che segnalava movimenti sospetti e rumori di infrazione intorno alla sua abitazione, pochi minuti dopo la conclusione del processo. Siamo accorsi immediatamente per verificare che stesse bene." "Avete fatto bene, maresciallo," risposi con un sospiro di sollievo, facendoli accomodare in salotto.
"C'era qualcuno qui dentro fino a un secondo fa. È salito al piano superiore, ha rovistato nel mio studio, ma è fuggito dalla finestra del retro non appena ha sentito la vostra voce." Il maresciallo Moretti aggrottò la fronte, estraendo subito il blocchetto degli appunti e ordinando all'appuntato di perlustrare immediatamente il giardino posteriore e di verificare eventuali tracce di effrazione sulla grondaia.
"Ha visto in faccia l'intruso, signora Ferri? Riconosce chi possa essere stato? Non sarà mica stato..." lasciò la frase in sospeso, alludendo chiaramente a mio figlio Lorenzo. "No," scossi la testa con decisione, estraendo dalla tasca la chiave d'ottone e la lettera di Tommaso per stringerle saldamente nel pugno, protette dalla stoffa del cappotto.
"Non era Lorenzo. Questa persona cercava qualcosa di molto specifico che apparteneva a mio marito. Qualcosa legato alla vecchia villa sul lago di Como." Il maresciallo si fermò, sollevando lo sguardo su di me con un'espressione di profonda curiosità. "La villa sul lago? Quella dei coniugi Ferri che risulta abbandonata da decenni? Signora, mi dica la verità: cosa c'è esattamente in quella proprietà che attira così tante attenzioni pericolose, prima da parte di suo figlio e ora da parte di questo misterioso sconosciuto?" Lo guardai dritto negli occhi, valutando attentamente se fosse il momento di rivelare tutto ciò che la lettera di Tommaso stava iniziando a svelare.
Ma prima che potessi pronunciare una sola parola, l'appuntato rientrò di corsa dal giardino, tenendo in mano un piccolo oggetto metallico che aveva raccolto ai piedi della grondaia. "Comandante," disse l'appuntato porgendo l'oggetto al maresciallo con un fazchietto di carta per non alterare eventuali impronte digitali, "guardi cosa ho trovato tra i cespugli sotto la finestra del retro.
È caduto mentre l'intruso si calava giù." Il maresciallo Moretti prese l'oggetto e lo esaminò sotto la luce della lampada del soggiorno. Era un vecchio fermacravatta d'argento massiccio, inciso con le iniziali intrecciate di una lettera maiuscola che conoscevo fin troppo bene: A.B. Il mio cuore perse un battito. Quelle stesse iniziali appartenevano a una persona che credevo non avesse più nulla a che fare con la nostra famiglia da oltre venticinque anni: l'avvocato Antonio Baroni, il vecchio socio d'affari di mio marito Tommaso, che tutti davano per trasferito all'estero dopo un clamoroso scandalo finanziario avvenuto alla fine degli anni Novanta.
"Conosce questo fermacravatta, signora Ferri?" chiese il maresciallo notando la mia improvvisa alterazione sul volto. "Sì," risposi con un fil di voce che tradiva un brivido freddo lungo la schiena. "E temo che la vera partita non sia affatto finita in tribunale oggi. È appena cominciata."






