Parte 7
Il rumore del metallo che grattava contro il legno della porta d'ingresso risuonò sordo e minaccioso in tutta la casa, spezzando bruscamente il silenzio ovattato dello studio. Trattenni il respiro, stringendo con entrambe le mani la lettera di Tommaso e la vecchia chiave d'ottone pesante. Non c'erano dubbi: qualcuno era entrato nella proprietà, superando il cancello esterno e violando la mia abitazione esattamente pochi minuti dopo il mio ritorno dal tribunale.
Chiunque fosse, sapeva che ero sola, e sapeva che all'interno di quella casa si trovava ciò che la lettera definiva un segreto capace di cambiare ogni cosa. I passi sul pavimento del piano terra si fecero pesanti, cadenzati, quasi incuranti di fare rumore, come se chiunque stesse camminando non avesse alcuna intenzione di nascondersi. Il panico, per una frazione di secondo, minacciò di paralizzarmi le membra; settantatré anni di vita tranquilla, di studi notarili e di tranquille cene familiari non ti preparano mai a trovarti faccia a faccia con un intrusione criminale nel buio della tua stessa dimora.
Ma subito dopo il panico, l'orgoglio e la lucidità che mi avevano permesso di smascherare mio figlio in tribunale riemersero con forza prepotente. Non ero una vecchietta fragile e indifesa. Ero Elena Ferri, e non mi sarei lasciata intimidire da nessuno nella mia casa. Mi alzai dalla poltrona con la massima cautela, cercando di non far scricchiolare il pavimento in parquet, e infilai rapidamente la lettera di Tommaso e la chiave d'ottone nella tasca interna del mio cappotto antracite.
Mi mossi silenziosamente verso l'angolo buio dello studio, vicino alla pesante tenda di velluto bordeaux che copriva la finestra affacciata sul giardino laterale. Da lì potevo osservare l'ingresso della scala interna senza essere vista. I passi salivano l'ultimo tratto di gradini, cigolando leggermente sotto il peso di un corpo adulto. Una figura alta, avvolta in un cappotto scuro con il bavero sollevato per coprire parte del volto e un cappellino tirato giù sulla fronte, sbucò nel pianerottolo del piano superiore.
L'intruso si fermò un istante, scrutando il corridoio buio con una torcia tascabile la cui luce tagliente spazzava le pareti e le porte socchiuse delle camere da letto. Il cuore mi martellava nelle orecchie come un tamburo di guerra, ma i miei occhi rimasero fissi su ogni minimo movimento dell'uomo. Non sembrava un ladro comune in cerca di argenteria o piccoli oggetti di valore; i ladri comuni non sfondano le porte di una casa appena riaperta dopo un'udienza in tribunale con la precisione di chi sa esattamente dove cercare qualcosa di specifico.
Questo individuo cercava lo studio. Cercava la cassetta di sicurezza. E sapeva del vano nascosto dietro la libreria. L'uomo si diresse a passo sicuro verso la porta dello studio, spinse l'anta con una spinta della mano e varcò la soglia, muovendo la torcia all'interno della stanza buia. "So che sei tornata qui, Elena," disse una voce maschile, roca e fredda, che usciva appena dai denti stretti.
"E so che hai aperto la cassetta. Dammi la chiave e la lettera, e nessuno si farà male." La voce non apparteneva a Lorenzo. Era una voce estranea, più matura, con una sfumatura di accento che faticavo a collocare ma che mi suonava vagamente familiare, come un eco lontano proveniente da un passato che credevo sepolto da decenni. Rimasi immobile dietro la tenda di velluto, trattenendo il respiro e cercando di calcolare ogni singola opzione a mia disposizione.
Non avevo armi con me, tranne il mio pesante bastone di legno che avevo lasciato appoggiato alla scrivania dall'altra parte della stanza, fuori dalla mia portata. Se avessi cercato di correre verso le scale, mi avrebbe intercettato prima che potessi raggiungere la porta d'ingresso o il telefono fisso. L'uomo intanto si era avvicinato alla scrivania, illuminando con la torcia i cassetti socchiusi e il pannello scorrevole della libreria che avevo lasciato aperto nella fretta.
Ebbe un piccolo sussulto di stizza quando si accorse che la cassetta di sicurezza era vuota. "Maledizione..." mormorò tra i denti, tirando un calcio rabbioso alla gamba della sedia in pelle. "Dove le hai messe, vecchia volpe?" Fece per girarsi, puntando il fascio di luce della torcia proprio verso la zona in cui mi trovavo nascosta, quasi intuendo la mia presenza nell'oscurità del corridoio interno.
La tensione nella stanza divenne palpabile, spessa e irrespirabile. I muscoli delle mie gambe si tesero in un riflesso istintivo di sopravvivenza, pronta a scattare o a difendermi con le unghie se necessario. Ma in quel preciso istante, un suono acuto e improvviso ruppe il silenzio della casa, provenendo dal piano terra: il campanello della porta d'ingresso iniziò a suonare a intermittenza, seguito da una voce forte e decisa che chiamava il mio nome da fuori. "Signora Ferri! Sono il maresciallo dei Carabinieri Moretti! C'è nessuno in casa? Risponda per favore!" L'intruso si bloccò di colpo, voltandosi verso le scale con un'espressione di puro terrore e rabbia mista a confusione. Aveva pochissimi secondi per decidere se fuggire o rischiare di essere catturato in flagrante.






