MIO FIGLIO VOLEVA FARMI PASSARE PER SENILE, MA NON SAPEVA CHI AVEVA CRESCIUTO DAVVERO
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MIO FIGLIO VOLEVA FARMI PASSARE PER SENILE, MA NON SAPEVA CHI AVEVA CRESCIUTO DAVVERO

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Parte 10

Il viaggio notturno verso il lago di Como fu un'immersione progressiva in un paesaggio spettrale, avvolto da una fitta nebbia autunnale che sembrava cancellare i confini tra la strada asfaltata e le acque scure dello specchio lacustre. L'auto civetta dei carabinieri, guidata dal maresciallo Moretti in persona, procedeva a fari bassi lungo la statale costiera, seguita a distanza di sicurezza da una seconda vettura in borghese con a bordo due agenti scelti della squadra operativa.

Io sedevo sul sedile posteriore, avvolta nel mio cappotto antracite, stringendo nella mano destra la vecchia chiave d'ottone pesante e nella tasca la lettera di mio marito Tommaso. Il cuore batteva con un ritmo regolare ma teso, scandito dal ticchettio monotono dei tergicristalli che spazzavano via la condensa dal parabrezza. Non avevo paura; dopo aver affrontato mio figlio in tribunale e dopo aver guardato negli occhi la disperazione di un tradimento familiare così profondo, la prospettiva di chiudere i conti con un fantasma del passato come Antonio Baroni mi dava una strana, quasi elettrizzante sensazione di giustizia imminente.

"Siamo quasi arrivati, signora Ferri," disse il maresciallo Moretti dallo specchietto retrovisore, abbassando leggermente il volume della radio di servizio. "Tra circa due chilometri c'è la devozione sterrata che sale verso la vecchia proprietà dei coniugi Ferri. La villa è isolata, circondata da un parco secolare che confina direttamente con la scogliera a picco sul lago.

Ho disposto che le nostre auto restino nascoste nel bosco sottostante, a circa trecento metri dall'ingresso principale, per evitare di dare nell'occhio se Baroni o i suoi complici stanno già sorvegliando l'area." "Ottimo piano, maresciallo," risposi con voce ferma. "Conosco quel parco metro per metro. Da giovane, prima che i miei suoceri la chiudessero definitivamente, ho trascorso lì decine di estati.

Ci sono sentieri secondari che non compaiono sulle cartine moderne, passaggi che Baroni non ricorda o non ha mai conosciuto." Il maresciallo mi lancił un'occhiata di rispetto dallo specchietto. "Fa attenzione, signora. Non sappiamo quanti uomini siano con lui e se siano armati. Il nostro obiettivo è sorprenderli e metterli in sicurezza senza correre rischi inutili." Pochi minuti dopo, l'auto rallentò bruscamente svoltando su una vecchia strada sterrata coperta di ghiaia bagnata e foglie secche.

Le fronde degli alberi secolari formavano una volta scura che bloccava quasi completamente la luce della luna, creando ombre minacciose che danzavano sui finestrini. Le vetture si fermarono nel punto stabilito, nascoste sotto la fitta cortina di querce e castagni. Spegnemmo i motori. Il silenzio della notte sul lago ci avvolse immediatamente, rotto solo dal suono cupo delle onde che si infrangevano contro la scogliera sottostante.

Indossai i guanti di lana, presi il mio bastone di legno e scesi dall'auto insieme al maresciallo Moretti e agli altri due agenti, che impugnavano le torce tascabili con il fascio di luce schermato per non farsi notare. "Procediamo in silenzio lungo il sentiero superiore," sussurrò Moretti estraendo la pistola d'ordinanza dalla fondina e controllando la sicura con un gesto rapido.

Ci muovemmo con cautela tra i rovi e i tronchi nodosi del bosco, risalendo il pendio che portava al cancello in ferro battuto della villa. La struttura imponente della residenza di famiglia si profilava contro il cielo plumbeo come una sagoma oscura e silenziosa, con le finestre sbarrate da vecchie persiane di legno scrostato e il tetto parzialmente coperto dall'edera selvatica.

Ma a un tratto, un dettaglio sottile catturò immediatamente la mia attenzione: una debole luce rossastra, simile al riflesso di una torcia o di una lampada a batteria, filtrava attraverso la fessura della porta finestra che dava sulla terrazza principale al piano terra. Non erano soli. Qualcuno era già dentro la villa. E probabilmente aveva già forzato la serratura principale o trovato un accesso secondario.

Il maresciallo Moretti ci fece segno di fermarci dietro il muretto di cinta in pietra ricoperto di muschio, valutando la situazione con lo sguardo clinico di un ufficiale esperto. "Signora Ferri," sussurrò a bassissima voce vicino al mio orecchio, "restate qui con l'appuntato Rossi. Io e l'agente Bianchi faremo il giro dal lato della scogliera per bloccare la via di fuga posteriore, poi faremo irruzione dall'ingresso principale." "No, maresciallo," replicai con un sussurro altrettanto deciso, afferrandogli leggermente il braccio per trattenerlo.

"Se entrate dalla porta principale senza preavviso, faranno in tempo a bruciare i documenti o a fuggire attraverso il passaggio segreto della cantina. Conosco quel passaggio. Conduce direttamente allo studio sotterraneo dove Tommaso custodiva i registri minerari originali. Se volete prenderli con le mani nel sacco, devo entrare io per prima attraverso la vecchia porta di servizio laterale." Moretti mi fissò negli occhi, esitando per qualche secondo, combattuto tra il protocollo di sicurezza e la logica ferrea della mia proposta.

"È troppo pericoloso, signora..." "È l'unico modo per non veder svanire prove che valgono milioni," lo interruppi con una freddezza che non lasciava spazio a discussioni. Il maresciallo strinse i denti, poi annuì lentamente. "D'accordo. Ma l'agente Bianchi vi coprirà le spalle da vicino a non più di due metri. Se vedete qualcosa di anomalo, vi buttate a terra." Ci muovemmo chini lungo il perimetro della villa, sfruttando l'ombra dei cespugli di ortensie selvatiche fino a raggiungere la piccola porta di servizio in legno massello che conduceva direttamente alle scale di servizio della cantina.

Estrassi la chiave d'ottone dalla tasca, la inserii nella serratura arrugginita e la feci girare lentamente. Il meccanismo scattò con un clic attutito, senza fare quasi alcun rumore. Spinsi la porta. L'aria umida e fredda della cantina ci investì il volto, mentre all'interno della villa, al piano superiore, si udivano chiaramente voci alterate che discutevano animatamente. Riconobbi una di quelle voci all'istante: era quella di Antonio Baroni. E con lui, incredibilmente, c'era un'altra voce che non avrei mai pensato di sentire in quel luogo sperduto. La voce di mio figlio Lorenzo.