IL SEGRETO DEI RAVENNA
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IL SEGRETO DEI RAVENNA

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PARTE 9: L'ASSALTO AL CAVEAU DI MORETTI

La pioggia battente della notte precedente aveva lasciato le strade della città avvolte in una fitta nebbia mattutina quando la nostra vettura discreta si fermò di fronte all'imponente palazzo di vetro e cemento che ospitava lo studio legale dell'avvocato Moretti. Erano le sette e mezza del mattino, un orario in cui la zona finanziaria era ancora semideserta, permettendoci di muoverci senza attirare l'attenzione dei media o degli emissari della vecchia guardia.

Con me c'erano il preside Vance e due esperti di cybersecurity ingaggiati appositamente per violare i sistemi di protezione informatica dello studio legale in caso di resistenza. Salimmo rapidamente al trentaduesimo piano tramite l'ascensore privato azionato da una scheda magnetica speciale che Beatrice ci aveva consegnato la sera prima, ottenuta direttamente dalla scrivania di Moretti durante i mesi in cui lavorava come stagista part-time nel suo studio.

La porta blindata dello studio principale si aprì con un leggero ronzio elettronico. All'interno regnava un silenzio irreale, rotto soltanto dal ronzio dei server nella sala macchine e dal ticchettio della pioggia contro le enormi vetrate panoramiche che offrivano una vista mozzafiato sulla città ancora addormentata. Ci dirigemmo senza esitazione verso il fondo del corridoio, dove si trovava l'ufficio privato dell'avvocato Moretti e l'accesso al caveau notarile secondario.

Con nostra grande sorpresa, la porta dell'ufficio principale era socchiusa. Una luce soffusa proveniva dalla lampada da terra posta accanto alla grande scrivania in mogano. Entrammo cautamente. La scena che ci apparve davanti agli occhi ci fece fermare di colpo. I cassetti della scrivania erano completamente aperti e svuotati; fascicoli cartacei e documenti stracciati erano sparsi ovunque sul pavimento in parquet lucido.

Al centro della stanza, seduto sulla poltrona di pelle con lo sguardo fisso nel vuoto e una tazza di caffè freddo tra le mani, c'era l'avvocato Moretti in persona. Indossava ancora l'abito elegante della sera prima, ma appariva distrutto, come se non avesse chiuso occhio per tutta la notte. Moretti sollevò lentamente lo sguardo quando sentì i nostri passi sul pavimento.

Non mostrò alcun segno di sorpresa o di paura; al contrario, un sorriso amaro e rassegnato comparve sulle sue labbra sottili. «Sapevo che sareste arrivati prima o poi», disse con voce calma, posando la tazza sulla scrivania. «Quando ho saputo che Beatrice era stata scoperta nei sotterranei, ho capito che la partita era definitivamente persa.» Mi avvicinai alla scrivania, fermandomi a pochi passi da lui, mentre il preside Vance e i tecnici bloccavano gli accessi alla stanza. «Hai distrutto molte prove, Moretti», dissi indicando i documenti strappati sul pavimento. «Ma i file digitali sui server cifrati non si cancellano così facilmente, soprattutto quando i nostri tecnici hanno già clonato l'intero database tre ore fa.» Moretti sospiró profondamente, appoggiando la schiena allo schienale della poltrona e chiudendo gli occhi per un istante. «I Ravenna erano solo dei burattini arroganti, signorina Elena.

Pensavano di essere i padroni di questa città, ma erano soltanto utili strumenti per chi deteneva il vero potere economico dietro le quinte. Credi di aver vinto liberandoti di loro?» Il tono delle sue parole mi fece irrigidire all'istante. «Cosa intendi dire?» domandai con voce tagliente. Moretti aprì gli occhi e mi fissò con un'intensità inquietante. «Il vero mandante della scalata ostile alla fondazione originaria non è mai apparso nei bilanci.

E se pubblichi quei documenti, distruggerai non solo la mia reputazione, ma scatenerai una crisi finanziaria che travolgerà metà delle istituzioni di questa regione.» Prima che Moretti potesse aggiungere altro, il suo telefono cellulare sul tavolo iniziò a squillare violentemente con una suoneria metallica e insistente, mentre sullo schermo apparve un nome privo di cifre, contrassegnato da un semplice punto interrogativo rosso.