PARTE 13: L'INTRUSO NELL'UFFICIO PRIVATO
Il messaggio di allarme sul mio telefono cellulare lampeggiava con una luce rossa insistente: "Intrusione rilevata nel settore privato al terzo piano - Ufficio della Direzione. Tentativo di accesso forzato alla cassaforte digitale principale." Un brivido di fredda consapevolezza mi attraversò la mente. Le parole sussurrate dal direttore della banca prima di essere portato via non erano un semplice bluff disperato; c'era qualcun altro, un complice rimasto nell'ombra fino a quel momento, che stava cercando di distruggere l'ultima linea di prova prima che potessimo presentarla ufficialmente al consiglio d'amministrazione riunito. «Victor», dissi rivolgendoci al preside Vance con un cenno rapido della testa, «qualcuno sta cercando di violare il mio ufficio nel campus in questo preciso istante.
Dobbiamo tornare indietro subito.» Senza perdere un solo secondo, ci precipitammo fuori dal grattacielo della banca centrale, salimmo a bordo dell'auto di servizio e sfrecciammo attraverso le strade della città verso l'Istituto Ravenna, mentre la nebbia mattutina iniziava lentamente a diradarsi sotto i primi raggi del sole. Durante il tragitto, il sistema di sorveglianza interna mi inviò le immagini in tempo reale catturate dalle telecamere nascoste all'interno del mio ufficio.
Sullo schermo del mio tablet, vidi una figura incappucciata che armeggiava freneticamente davanti alla grande cassaforte a muro, cercando di inserire codici di sblocco d'emergenza attraverso un terminale portatile. La corporatura e i movimenti agili di quell'intruso non appartenevano né a Sofia né a Moretti. Era qualcuno di molto più vicino, qualcuno che conosceva i codici segreti che solo pochi membri fidati dell'amministrazione conoscevano.
Quando l'auto si fermò sgommando davanti all'ingresso principale dell'istituto, balzai fuori prima che si fermasse del tutto, seguita dal preside Vance e dalle guardie di sicurezza. Corsi lungo i corridoi deserti del campus, salendo le scale a due a due fino a raggiungere il terzo piano dell'edificio principale. La porta del mio ufficio era socchiusa.
Una luce bluastra proveniva dall'interno, accompagnata dal ticchettio rapido di tasti elettronici. Mi fermai un istante sulla soglia, facendo segno alle guardie di bloccarsi e prepararsi a intervenire al mio segnale. Poi, con un colpo deciso, spinsi la porta spalancandola completamente. «Fermo dove sei!», esclamai con voce tagliente, puntando lo sguardo al centro della stanza.
La figura incappucciata si bloccò di colpo davanti alla cassaforte aperta e si voltò lentamente verso di me. Il cappuccio scivolò all'indietro, rivelando un volto che mi fece sussurrare un nome di pura incredulità: era il vicepresidente dell'istituto, il braccio destro di cui mi ero fidata ciecamente fin dal primo giorno della mia ristrutturazione. «Tu...?», mormorai con il fiato sospeso, mentre il vicepresidente sorrideva amaramente stringendo in mano una chiavetta USB contenente l'intero database delle prove definitive.






