IL SEGRETO DEI RAVENNA
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IL SEGRETO DEI RAVENNA

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PARTE 12: LA CONFESSIONE DEL DIRETTORE

Il direttore generale della banca centrale non si scompose minimamente. Rimase seduto dietro la sua imponente scrivania di cristallo temperato, incrociando le mani con calma olimpica e osservandoci con uno sguardo che mescolava arroganza e calcolato cinismo. «Signorina Elena», esordì l'uomo con voce pacata, quasi stesse accogliendo dei semplici ospiti per una riunione di cortesia. «Devo ammettere che avete fatto molta strada dai giorni in cui eravate soltanto una studentessa con una borsa di studio precaria che puliva il marmo della sala da pranzo.

Ma credete davvero che una perquisizione improvvisamente teatrale e qualche documento polveroso possano scalfire una struttura finanziaria che sostiene l'intera economia di questa regione?» Feci un passo avanti, appoggiando i palmi delle mani sulla superficie fredda della scrivania e fissandolo dritto negli occhi senza indietreggiare di un solo millimetro. «Non si tratta di scalfire l'economia della regione, direttore», risposi con un tono di voce tagliente e misurato. «Si tratta di smascherare i criminali in guanti bianchi che hanno abusato del loro potere per estorcere fondi, falsificare bilanci e schiutare la dignità delle persone.

I registri che abbiamo sequestrato nei sotterranei e nei server di Moretti contengono le prove irrefutabili dei vostri trasferimenti illeciti sui conti offshore intestati ai prestanome della famiglia Ravenna.» Il direttore accennò un sorriso sarcastico, scuotendo leggermente la testa. «Prove cartacee che possono essere facilmente contestate in tribunale da un team di avvocati specializzati, o dichiarate inammissibili per vizi di procedura.

La giustizia, signorina Elena, non è mossa dalla morale, ma dagli interessi di chi detiene il capitale.» In quel preciso istante, la porta laterale dell'ufficio si aprì improvvisamente. Due funzionari della polizia economica in abito civile fecero il loro ingresso, accompagnati da un giudice istruttore che reggeva in mano un mandato di cattura ufficiale emesso d'urgenza pochi minuti prima. «Il direttore ha perfettamente ragione su un punto», intervenne il giudice istruttore con voce ferma e solenne, mostrando il documento ufficiale. «La giustizia non si muove solo con la morale, ma quando i mandati di arresto per associazione a delinquere e frode aggravata vengono firmati direttamente dal tribunale competente, non ci sono avvocati che tengano.» Il volto del direttore generale perse improvvisamente ogni traccia di sicurezza.

Il colore della sua pelle impallidì visibilmente, mentre le mani iniziarono a tremare leggermente sulla scrivania di cristallo. Aveva creduto di essere intoccabile, protetto dalle sue alleanze politiche e dalla sua posizione di vertice, ma non aveva fatto i conti con la determinazione implacabile della mia vendetta e con la solidità delle prove che avevamo accumulato metodicamente giorno dopo giorno.

Le guardie e i funzionari della polizia si avvicinarono rapidamente, stringendo le manette attorno ai polsi del direttore mentre questi cercava invano di mantenere un minimo di dignità professionale. Mentre veniva condotto fuori dall'ufficio a testa china, il direttore sollevò lo sguardo verso di me un'ultima volta, con gli occhi colmi di rancore e frustrazione. «Non avete ancora vinto del tutto», mormorò con voce strozzata prima di essere spinto fuori dalla porta. «C'è ancora un ultimo segreto che non conoscete...» Il silenzio tornò a regnare nell'ufficio lussuoso.

Ma prima che potessi analizzare le sue ultime parole enigmatiche, il mio telefono cellulare vibrò violentemente nella tasca. Sullo schermo apparve un messaggio urgente proveniente dal sistema di sicurezza dell'Istituto Ravenna, segnalando un'intrusione anomala proprio all'interno del mio ufficio privato al terzo piano.