PARTE 11: LA TRAPPOLA AL GRATTACIELO FINANZIARIO
Senza perdere un solo secondo, ordinai ai tecnici di mantenere attiva la linea telefonica per bloccare la localizzazione della chiamata, mentre con il preside Vance e le guardie di sicurezza ci precipitammo fuori dallo studio legale di Moretti. Presimo l'ascensore di servizio e scendemmo rapidamente al piano terra, attraversando la strada avvolta nella nebbia mattutina per dirigerci direttamente verso l'imponente grattacielo della banca centrale regionale, un edificio di quaranta piani in acciaio e vetro scuro che dominava l'intero distretto finanziario della città.
Al nostro arrivo all'ingresso principale, le guardie di sicurezza della banca tentarono di sbarrarci la strada, invocando le rigide norme sulla privacy e la necessità di un permesso speciale per accedere ai piani superiori riservati alla direzione esecutiva. Ma non avevo alcuna intenzione di fermarmi o di perdere tempo con la burocrazia. Estrassi dalla borsa il decreto ufficiale del tribunale civile e l'ordine d'emergenza firmato dal comitato di gestione transitorio dell'istituto, accompagnato dai mandati di perquisizione urgente che i nostri avvocati avevano depositato poche ore prima presso il tribunale competente. «Se provate a bloccarci per un solo istante», dissi alle guardie con una voce così fredda e autoritaria da farle esitare, «verrete indagati immediatamente come complici di un'associazione a delinquere finalizzata alla frode bancaria e al riciclaggio di denaro.» Le guardie si scambiarono un'occhiata di profondo smarrimento, incapaci di decidere se obbedire agli ordini interni o cedere di fronte alla durezza legale dei documenti che sventolavo davanti ai loro occhi.
Approfittando di quel momento di esitazione, il preside Vance aprì il varco e ci precipitammo verso gli ascensori privati riservati ai membri del comitato direttivo centrale. Inserii la scheda magnetica principale che avevo recuperato dai file di Moretti nel lettore elettronico dell'ascensore. L'indicatore luminoso passò dal rosso al verde brillante, e le porte di metallo pesante si chiusero silenziosamente, azionando la risalita rapida verso il quarantesimo piano.
Durante i pochi secondi di ascesa verticale, il silenzio nell'abitacolo era così denso che si poteva udire chiaramente il battito accelerato del nostro respiro. Ognuno di noi sapeva che eravamo a un passo dal confronto finale con la mente occulta che aveva manovrato ogni inganno fin dall'inizio. L'ascensore rallentò dolcemente e si fermò con un leggero ronzio meccanico.
Le porte si aprirono, rivelando un ampio atrio rivestito di marmo bianco e pannelli in legno di rovere chiaro, arredato con opere d'arte moderna e poltrone di design minimalista. In fondo all'atrio, protetto da una parete di vetro blindato, si trovava l'ufficio esecutivo principale, dal quale una figura solitaria ci stava osservando attraverso i vetri con un'espressione impassibile.
Ci incamminammo a testa alta lungo il corridoio, con i passi che risuonavano ritmicamente sul pavimento lucido. Quando fummo a pochi metri dalla porta di cristallo, la figura all'interno premette un pulsante sulla scrivania e la porta si aprì automaticamente. Entrai per prima nell'ufficio, trovando ad attenderci un uomo sulla sessantina, dai capelli perfettamente pettinati e con un abito sartoriale impeccabile: era il direttore generale della banca centrale, nonche il presidente effettivo del comitato di controllo finanziario che aveva protetto i traffici illeciti dei Ravenna per oltre un decennio. «Signor Direttore», dissi con un sorriso gelido sulle labbra, fermandomi al centro della stanza. «Il gioco è definitivamente chiuso.»






