IL SEGRETO DEI RAVENNA
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IL SEGRETO DEI RAVENNA

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PARTE 10: LA CHIAMATA ANONIMA DAL VERTICE

Il suono insistente del telefono cellulare squillava nell'ufficio silenzioso come un allarme antincendio. L'avvocato Moretti fissava lo schermo luminoso con un'espressione mista di terrore e rassegnazione, senza fare il minimo gesto per rispondere alla chiamata. Feci un passo avanti, allungai la mano e afferrai il telefono prima che la linea potesse cadere.

Sotto lo sguardo teso del preside Vance e dei tecnici informatici, feci scorrere il dito sullo schermo e accettai la chiamata, premendo il pulsante dell'altoparlante vivavoce prima di portare l'apparecchio vicino al bordo della scrivania. «Moretti», tuonò una voce profonda, maschile e distorta da un software di alterazione vocale proveniente dall'altoparlante. «Ti avevo ordinato di ripulire i server e di lasciare la città prima dell'alba.

Perché i terminali risultano ancora attivi e i backup bloccati?» Il tono di voce era autoritario, freddo e privo di qualsiasi emozione umana, tipico di chi è abituato a impartire ordini che nessuno osa discutere. Mantenni la calma, respirando regolarmente per non tradire l'emozione che mi agitava dentro. «L'avvocato Moretti non può risponderti in questo momento», dissi con voce ferma e cristallina, facendo rimbombare le mie parole nell'ufficio. «A quanto pare, la sua linea è stata temporaneamente trasferita alla mia attenzione.» Dall'altra parte della linea cadde un silenzio di tomba prolungato per diversi secondi.

Anche il software di distorsione vocale sembrò quasi esitare di fronte a quella risposta inattesa. «Elena», riprese la voce distorta, questa volta con una sfumatura di gelida ironia. «Devo ammettere che hai dimostrato una tenacia e un'astuzia notevoli per la tua età. Sei riuscita a sconfiggere i Ravenna e a mettere alle strette Moretti. Ma credi davvero che questa sia la fine della storia?» «Non so chi tu sia, e francamente non mi importa», risposi stringendo il pugno libero, mentre i tecnici informatici cercavano febbrilmente di tracciare la provenienza della chiamata in tempo reale. «Hai tentato di rubare ciò che apparteneva di diritto alla mia famiglia, hai corrotto amministratori e falsificato documenti per decenni.

La tua rete è crollata.» La risata cupa e metallica che risuonò dall'altoparlante fece gelare il sangue nelle vene. «La mia rete non è mai dipesa da dei semplici prestanome come i Ravenna o Moretti. Quella scuola, quei terreni e quei fondi sono soltanto pezzi di una scacchiera molto più grande. Se pubblichi quei documenti, la banca centrale bloccherà immediatamente tutti i fondi operativi dell'istituto, e centinaia di studenti innocenti si ritroveranno senza un futuro da un giorno all'altro.

Vuoi davvero passare alla storia come la distruttrice dell'istituzione fondata da tua madre?» Le parole colpirono esattamente nel punto debole che avevo cercato di proteggere. Sapevo che una crisi finanziaria totale avrebbe potuto danneggiare la scuola e gli studenti estranei alle malversazioni. Ma non avrei permesso a nessun ricatto di fermare la mia sete di giustizia.

Prima che potessi replicare, uno dei tecnici informatici alzò la mano e mi fece un cenno rapido, indicando lo schermo del suo laptop su cui era appena comparso un indirizzo IP tracciato con precisione millimetrica. «Tracciato!» sussurrò il tecnico con un filo di voce. «La chiamata proviene dal terminale principale situato nel consiglio d'amministrazione della banca centrale regionale, esattamente all'ultimo piano del grattacielo di fronte.» Sorrisi freddamente, guardando il telefono ancora attivo. «Ho appena scoperto dove si nasconde il burattinaio principale», dissi rivolgendomi al preside Vance. «E adesso la partita la conduciamo noi.»